La Ruota Delle Meraviglie - Recensione

Puntuale come sempre, arriva l'annuale film di Woody Allen!

di Luciano Moscariello / martedì 02 gennaio 2018 / Recensione

Woody Allen è diventato celebre grazie alla sua comicità dallo stile estremamente peculiare. Un po’ depressa, un po’ autoironica, qualche battuta brillante sulle religioni, qualche osservazione cinicamente lucida sulle relazioni, una spruzzata di critica sociale. Un mix che riflette alla perfezione le sue grandi passioni, dalla filosofia alla psicoanalisi, e che sfocia in un carattere a tratti cerebrale, sofisticato, senza mai però scadere nell’astrusità. Queste sono le basi delle sue commedie, su cui ha costruito una carriera di tutto rispetto ed a tratti esaltante, diventando per alcuni addirittura un punto di riferimento. Ma cosa succede quando una simile personalità abbandona la sua comfort zone, per addentrarsi nel dramma a 360 gradi? Non bisogna dimenticarsi che ad un ottimo, o anche qualcosa in più, Match Point, tra l’altro nominato anche all’Oscar come Miglior Sceneggiatura Originale nel 2006, si affianca il tremendo Sogni e Delitti, tra i momenti più bassi della sua produzione, perché Allen ha girato anche pellicole sottotono, ma mai talmente criticate. C’è il rischio che della sua impronta rimanga solo la forma e non il contenuto, che il genere o il formato assorba totalmente la sua creatività (sarà forse successo in Crisis in Six Scenes?). Ne La Ruota Delle Meraviglie accade puntualmente, la voglia o necessità di dramma consuma e prosciuga il suo estro, la cui forza riesce comunque a farsi strada in altri modi, purtroppo secondari o di contorno.

Ambientato a Coney Island negli anni ‘50, il film racconta la relazione tra il bagnino appassionato di teatro Mickey (Justin Timberlake) e l’ex attrice Ginny (una straordinaria Kate Winslet), infelicemente sposata con Humpty (Jim Belushi), un uomo semplice ma piuttosto anaffettivo, con problemi di alcolismo e innamorato della pesca. Completano l’allegro quadretto il giovane figlio Richie (Jack Gore), avuto da Ginny nel suo precedente matrimonio, disobbediente e affetto da un’inspiegabile (e inspiegata) piromania, tra l’altro unica e solinga caratterizzazione datagli, e la figlia di Humpty Carolina (Juno Temple), che riappare dopo anni ricercata dalla mafia per aver fatto la spia sul suo marito gangster. La debolezza del prodotto è tutta qua: l’intreccio è pervaso da una drammaticità esasperata, sicuramente ricercata e volutamente dipinta in maniera teatrale, risultando tuttavia fine a sé stessa. C’è un limite al dramma, un confine che non deve essere varcato per non far disperdere l’empatia dello spettatore, ma qui Allen lo ha oltrepassato di parecchie miglia. Si comprende istantaneamente, quindi, come La Ruota Delle Meraviglie crolli su sé stessa, perché si scontra contro una deficienza nel comunicare la tragicità nella vita quotidiana delle figure di spicco, su cui è esso stesso incentrato.

Ed è prodigioso notare come il buon vecchio Woody sia comunque riuscito a raddrizzare in parte una barca ormai avviatasi verso l’oblio della mediocrità. In primis, con l’analisi accurata e affascinante della psiche di Ginny, non solo interpretata magistralmente, ma anche sfruttata con competenza. Il suo personaggio è il perno centrale su cui viene giocata la partita che è questo film, l’unico che riesce a veicolare efficacemente le sue emozioni e le sue ossessioni, dalla gelosia scaturita da un banale saluto alla costante sensazione di colpa che permea la sua intera esistenza. Se gli altri protagonisti sono affreschi generici, affetti da sentimenti generici e con linguaggi generici, impossibilitati dunque a sorreggere l’atlantico dramma della sceneggiatura, Ginny rappresenta l’unico raggio di luce capace di condurci nei meandri di un dedalico intrico di sentimenti asfissianti e di disillusa angoscia, che rende la vita ai limiti dell’insostenibile. Ma ciò sarebbe effimero senza un’ambientazione che compia il suo dovere, e la Coney Island qui dipinta lascia intravedere meglio di ogni altra cosa il genio del suo pittore. Ogni angolo è sgargiante e luminoso, frenetico quanto fiabesco, in un'antinomia curiosa con la staticità e la vanità degli sforzi della famiglia, inguaribile perché nessuno vuole e/o riesce a cambiare, nonostante tutti i mea culpa e gli esami di coscienza. Nessun personaggio progredisce, anzi possibilmente chiunque peggiora, data la cronica impossibilità di ottenere ciò che si desidera con ardore e di rendere la vita qualcosa in più di un ruolo che si è costretti a recitare  Al dramma non si sfugge, né ci si può salvare, gli errori si sedimentano, diventano endemici, sembra suggerire Allen.

Il tocco finale è un maestoso cromatismo accentuato. Ogni personaggio ha una sua luce, ogni tematica ha il suo colore, con il picco che si raggiunge nelle sequenze finali. Sorge spontaneo domandarsi se i menzionati fattori riescano a salvare La Ruota Delle Meraviglie, in apparenza irrimediabilmente rotto. La realtà giace nel mezzo, ovvero in un prodotto con un’idea tenace, energica e ben definita, in linea con le tematiche e con lo stile del suo autore, che però trova il suo punto di sfogo unicamente nel personaggio di Ginny, dimenticando il resto del cast, sciatto e superficiale. Allen riesce ad esprimersi in maniera più convincente nelle sue commedie disincantate, e questo film lo dimostra lapalissianamente, a mio parere. In quei momenti in cui è riuscito, d’altronde, l’impetuosità del messaggio è squisitamente palpabile. Peccato. Poteva essere qualcosa di ben più maestoso.

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Scheda

  • Data di uscita / 14/12/2017
  • Regia / Woody Allen
  • Attori / Kate Winslet, James Belushi, Justin Timberlake
  • Genere / Drammatico
  • Durata / 101

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