Outlast 2 - Recensione

Le origini del male

di Manuel Fadanelli / mercoledì 12 luglio 2017 / Recensione

Alcuni anni fa un piccolo studio indipendente Canadese, fino ad allora sconosciuto al mondo videoludico, riuscì a emergere nel mercato grazie ad un titolo tanto semplice quanto efficace. Stiamo parlando di Outlast. La produzione Red Barrels ottenne un enorme successo e acquisì ben presto notorietà e attenzione grazie al ritmo di gioco incalzante, all’ambientazione opprimente e alla copiosa presenza di jump scare, capaci di mantenere il giocatore sempre coi nervi tesi, lo sguardo attento e allo stesso tempo insicuro. Ciò che funzionava nel primo Outlast era da ricercarsi nei ritmi ben studiati, alle atmosfere da horror classico e alla brutalità gratuita, genuina e priva di filtri. Il gioco però non era privo di difetti, tra i più gravi ricordo gli stessi jump scare a tratti ridondanti, la scarsa mobilità del protagonista e sequenze di fuga piuttosto ripetitive con anima da trial and error. Nonostante questi problemi divenne in breve simbolo della nuova generazione survival-horror con conseguenti pregi e difetti, ancora oggi capace di influenzare gran parte delle produzioni.

Outlast 2 si apre con un “semplice” e apparentemente tranquillo volo in elicottero. Il protagonista dell’avventura, Blake Langermann, giornalista e cameraman improvvisato, sta sorvolando la zona del Gran Canyon (Arizona) assieme alla moglie Lynn. La giovane coppia è in cerca di risposte riguardo la misteriosa morte di una ragazza incinta, avvistata poco prima del decesso nei pressi di una zona selvatica adiacente ai colossali picchi di terra rossastra. Durante il volo dopo qualche piccola scossa, il velivolo finisce in avaria e con ormai la struttura danneggiata è prossimo alla caduta. Lo schianto è fortissimo e dopo una sogno delirante ci svegliamo soli e dispersi nel nulla… o almeno cosi pensavamo. Qui parte la nostra disavventura, tra orrori e fughe repentine, alla disperata e continua ricerca di nostra moglie, misteriosamente svanita dopo il terribile incidente. Durante l’intera discesa in questo inferno sporco e malsano attraverseremo angoscianti aree rurali, alcuni insediamenti appartenenti ad una misteriosa setta religiosa, boschi spaventosi, campi di pannocchie e tetre grotte. Gli scenari di gioco, tutti ben realizzati e incredibilmente immersivi, restituiscono sensazioni sinistre e a tratti folli, complice anche il più che apprezzabile comparto tecnico mosso da un performante Unreal engine 3, capace di giocare con splendidi effetti di luci, ombre e foschia. Sarà impossibile non notare le atmosfere ereditate da distinte opere mediatiche quali le pellicole “The Village” e “Wrong Turn”, o ancora da sfumature letterarie di Stephen King, squisitamente proposti a un frame rate stabilissimo.

Nonostante l'ampliamento strutturale e la maggior varietà di settings rispetto al precedente lavoro, il titolo delinea velocemente un grosso problema di level design, caratterizzato da un estrema linearità e piattezza, tipica solitamente, anche se in forma minore, nelle produzioni horror odierne e non. L'eccessiva linearità che ci accompagnerà per gran parte della storia, risulta ben presto pesante e irritante, creando un lungo e banale corridoio carente di bivi, punti di interesse e strade alternative percorribili. Ciò toglie inevitabilmente la voglia di perseguire un'esplorazione approfondita e completa, facendo diminuire l'immersione generale. La sensazione che restituisce è quella di una libertà fin troppo fittizia, se pur fatta respirare in alcune fasi iniziali. L'impossibilità di intraprendere un'esplorazione stimolante ci porterà inevitabilmente all'accelerazione naturale del gameplay, vista la fin troppo anacronistica struttura, "vai dal punto A al punto B" in linea retta. Se tutto questo non bastasse aggiungiamo anche un mondo di gioco quasi privo di interazione e fin troppo statico anche per un titolo di questo filone.

Scheda

Survival Horror su PlayStation 4, Xbox One, PC

Pegi 18

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