Ready Player One - Recensione

CGI, strizzate d'occhio e confusione

di Andrea Piaggio / giovedì 12 aprile 2018 / Recensione

Basato su un celebre romanzo scritto da Ernest Cline, Ready Player One è arrivato nei cinema con un biglietto da visita che riporta il nome di Steven Spielberg sotto la voce “regia”. Difficile immaginare cosa sarebbe uscito quindi da un progetto in cui un artista che ha fatto della fantasia uno dei suoi cavalli di battaglia, avrebbe potuto concederle libero sfogo grazie alle tecnologie digitali usate per girare, ma anche per quelle che vengono rappresentate. Già dal trailer si poteva notare un citazionismo marcatissimo della cultura nerd, degli anni ’80 e dei videogiochi di ieri e di oggi, ma un conto è fare un montaggio di due minuti, un altro è tenere tutto insieme per due ore e venti evitando di annoiare.

Nel 2045 il mondo è diventato una sorta di discarica. A Columbus, in Ohaio le abitazioni sono costituite da cataste di roulotte e container impilate le une sugli altri, creando grattacieli sorretti da impalcature pericolanti e avvolti da un senso di desolazione allarmante. L’unica via di fuga da questa tragica esistenza è quella di rifugiarsi in un universo spettacolare ma fittizio chiamato OASIS, una simulazione digitale in cui si entra tramite dei visori per la realtà virtuale e ci si muove camminando su tapis roulant onnidirezionali. Quando il suo creatore James Halliday (un grande Mark Rylance) muore, come un novello Willy Wonka mette in palio la sua creazione per chiunque riuscirà a scovare tre Easter Egg, ossia segreti nascosti all’interno di OASIS stesso. Questo farà muovere sia i giocatori più appassionati, sia una multinazionale che vuole impadronirsene per aumentare il proprio conto in banca. Con l'inizio di questa caccia al tesoro torna quindi uno dei temi tanto cari allo Spielberg più svagato, ma stavolta l’equilibrio e il tono generale non hanno le trovate che hanno reso grandi alcune avventure passate.

Chi non conosce i videogiochi o semplicemente è rimasto fuori da questo ambito per appena qualche anno sarà inevitabilmente stordito dalle luci, dal fracasso e dalla velocità con cui viene trattata la prima prova, la corsa, resa celebre dal trailer, in cui il protagonista Wade Watts guida una DeLorean di Ritorno al Futuro. La cosa impressionante è che quelle luci, quel fracasso e quella velocità sapranno stordire anche chi con i videogame di oggi ci gioca senza difficoltà. Il desiderio di scioccare lo spettatore con un evento globale così imponente può essere una grande mossa registica per mostrare il mondo del 2045 e come si è evoluto il concetto dei semplici “giochini”, ma se quasi tutto il film è impostato in quel modo, allora la visione diventa faticosa. Il fatto che gli unici dialoghi capaci di attivare le sinapsi sia quelli pronunciati da Halliday, ma che allo stesso tempo molti di questi rimangano campati in aria senza portare lo spettatore da nessuna parte, è significativo del desiderio di far procedere rapidamente la storia per proporre al più presto spari e azione in computer grafica.

Pur non avendo letto il libro so che molte cose sono state cambiate se non addirittura rimosse, ma la qualità dell’adattamento ha reso sicuramente più cinematografiche alcune sequenze stravolgendone la messa in scena ma non il concetto alla loro base. Quello che mi ha stupito però è l’incapacità di coinvolgere davvero lo spettatore, compreso chi (ri)conosce dinamiche e mondi. Anche il gioco della citazione funziona sulle prime ma non aggiunge nulla al film. Continuare a strizzare l’occhio mettendo in scena personaggi che però non hanno che pochi fotogrammi di pellicola, consiste nell’averli gettati in un calderone in cui sono subito andati a fondo. Chi ha pensato che la presenza di queste icone abbia il solo scopo di attrarre un numero maggiore di pubblico, potrebbe esserci andato molto vicino. La storia in sé non è nulla di sorprendente e tolto il lato tecnologico della produzione, rimane veramente poco a livello emotivo: c’è la solita storia di alcuni ragazzini stereotipati che diventano eroi, c’è un cattivo caricaturale e ci sono un sacco di dialoghi da sbadiglio senza mano davanti. L’unico passaggio davvero sorprendente è quello inerente la ricerca della seconda chiave, un momento che vede Spielberg tornare a giocare con il cinema, quello vero. Senza svelare nulla, posso solo dirvi che in quel caso il gioco delle citazioni e dei rimandi è davvero concreto, fosse solo per il fatto che le inquadrature e le situazioni che coinvolgono i protagonisti richiedono una maggiore calma ed evitano di sprecare il materiale in scena. Peccato che poi tutto torni alla normalità, con una battaglia conclusiva confusionaria all’ennesima potenza ed un finale scontato che comunque non risponde ad alcuni interrogativi che potevano approfondire la figura di Haliday, l'unica davvero interessante e con troppe poche scene a suo carico.

Nulla da dire sull’impianto tecnico che alterna il triste e grigio mondo reale con quello psichedelico di OASIS ma che soprattutto fa riflettere sugli enormi traguardi compiuti in questo ambito. Le scene più movimentate sono roboanti, i personaggi che spuntano fuori dappertutto sono ricreati con lo stile giusto e lo sforzo compiuto in fatto di licenze è ammirevole, però tutto sembra avere l’unico scopo di stordire lo spettatore, idea che non fa altro che confermare quella di chi già lo pensa del videogioco in generale. Celebrare la cultura del videogame creando esattamente l’effetto opposto per chiunque approdi al cinema senza esserne un fruitore accanito è un paradosso non da poco, specie se poi anche il videogiocatore si trova a guardare l’ora e a sperare che la battaglia finale si risolva al più presto. Anche le musiche sono furbe a sfruttare l’effetto nostalgia, così come quella manciata di note ripresa da Ritorno al Futuro che accende la lampadina dei ricordi ma che, personalmente, mi ha fatto rimpiangere di non stare vedendo uno dei tre film da cui provengono.

Ready Player One è un film che sembrava pensato per chi ha vissuto gli anni 80 ma che invece consiglierei solo ad un adolescente capace di emozionarsi quando vedrà spuntare Tracer di Overwatch o gli eserciti di Halo. Chi spera di trovare le icone di ieri e di oggi trattate con nostalgia e grazia, li scorgerà di sfuggita all’interno di un film che li mostra per pochissimi secondi quando va bene, senza dar loro alcun valore. Di quattro persone che eravamo (tutti “dell’età giusta” per riconoscere Robocop, Freddy Krueger, Gundam e quant’altro), nessuno è uscito soddisfatto dalla sala. I più giovani potranno apprezzare gli impressionanti effetti grafici e la presenza dei propri personaggi preferiti, però francamente non basta per chiunque pretenda un minimo di profondità. E non intendo i capolavori seri e adulti di Spielberg come il recente The Post, ma anche quel giocattolone che il buon Steven aveva prodotto più di trent’anni fa e che ci ha portato sulle tracce di Willy l’Orbo in una caccia al tesoro meno digitale ma con molta più anima.

Pro

- Riferimenti della cultura nerd e pop ovunque

- La scena dedicata alla seconda chiave

- Effetti speciali impressionanti

- Mark Rylance è una garanzia

Contro

- Trama piatta

- Cattivo caricaturale

- Dialoghi banali

- Scene d’azione inutilmente confusionarie

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Scheda

  • Data di uscita / 30/03/2018
  • Regia / Steven Spielberg
  • Attori / Tye Sheridan, Olivia Cooke, Simon Pegg
  • Genere / Fantascienza

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