Stranger Things 3 - Recensione

Una Never Ending Story che celebra il Cinema e la Cultura Pop anni 80.

di Alessandro Spallino / lunedì 15 luglio 2019 / Recensione

Il 4 Luglio è il giorno che meglio definisce lo spirito patriottico degli Stati Uniti d’America; giorno in cui il Paese, unito, celebra la conquista della libertà, principio fondante e fondamentale della cultura americana e onora e commemora la conquista di una piena forma d'emancipazione e presa di coscienza di se stessi, non solo in quanto privati cittadini ma come popolo.
L’indipendence Day è un traguardo ma anche un giorno di svolta, di crescita e di ripartenza che ogni americano ama ricordare e celebrare con uno spirito d’unione incredibilmente forte, per ricordare a se stesso e al mondo intero cosa davvero significhi essere uomini e donne libere.
Non è certo un caso che la terza stagione di Stranger Things sia stata rilasciata proprio il 4 Luglio e che gli eventi narrati lungo i suoi 8 episodi prendano piede proprio il 4 Luglio di 34 anni fa.

La scelta di questo giorno iconico non è quindi solo quella che nel vecchio continente generalmente amiamo definire come “un’americanata” ma acquisisce un vero e proprio valore simbolico che si ripercuote sui temi principali che animano queste terza splendida stagione che ancora una volta narra le avventure dell'improbabile gruppo di giovani eroi dell’Illinois.
Sebbene ovviamente ritorni in pompa magna e denso di nuovi pericoli, il Mondo del Sottosopra questa volta viene chiaramente utilizzato come pretesto per raccontarci del delicato periodo di passaggio dalla fanciullezza alla pubertà e per inscenare storie di formazione e di crescita che celebrano i temi dell’amore, della libertà di compiere le proprie scelte e del desiderio di trasformarsi in esseri umani più complessi, più completi ma anche più imperfetti e fallibili.

I Duffer Brothers (produttori, sceneggistori e talvolta anche registi di Stranger Things) prendono quanto di buono fatto nelle prime due stagioni, imparano dagli errori di carattere narrativo che avevano afflitto la seconda stagione rendendola decisamente fumosa e a tratti inconcludente, e modellano una serie praticamente perfetta che fa della struttura narrativa, dell’intreccio e del citazionismo spietato i suoi tre solidissimi pilastri.
Questa terza serie prende subito il volo fin dalla prima puntata e sebbene non presenti alcuna vera grande novità sul piano narrativo, riesce, grazie ad uno stile e a un mood & feel di stampo 80’s, a coinvolgere ed appassionare.
Anche in questa terza stagione gli eventi si svolgono nella sfortunata Hawkins, desolata cittadina dell’Illinois che sembra essere uscita direttamente da un film diretto da Spielberg, e si svolgono nel 1985, anno perfetto per inscenare una storia capace di raccontare un’America classica, a volte improbabile, a volte realistica, a tratti superficiale e sempre estremamente patriottica, in piena guerra fredda e nel bel mezzo di un boom economico e culturale che ha segnato non solo la storia americana ma quella di tutto il mondo.

Il corposo team di eroi, in questa serie più eterogeneo che mai, è chiamato ancora una volta a vedersela con il Mondo del Sottosopra e con una nuova terrificante creatura chiamata Mind Flayer che, come un Alien (la pellicola diretta da Ridley Scott è solo una delle innumerevoli citazioni presenti in Stranger Things 3), si serve degli esseri umani per raggiungere la sua forma finale e disseminare distruzione, morte e terrore.
A combattere questa tremenda creatura, oltre agli "eroi" e "antieroi" a cui ci siamo già abituati, si aggiungono una serie di nuovi personaggi davvero ben approfonditi come ad esempio la talentuosissima Maya Thurman-Hawke, figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke, l’irritante Erica Sinclair, sorellina di Lucas o la graziosissima Suzie, fidanzata “immaginaria” di Dustin.
Nonostante la mole di personaggi protagonisti e l’incalzante incedere degli eventi, praticamente ogni personaggio riesce a ritagliarsi abbastanza tempo su schermo e abbastanza linee di dialogo per caratterizzarsi e per delineare un proprio arco narrativo completo e soddisfacente.
Ovviamente il fan più accanito potrebbe certamente sentire una certa frustrazione nel vedere sacrificati alcuni personaggi, un tempo considerati principali e già ampiamente approfonditi nelle prime due stagioni, qui posti in secondo piano per far spazio alle nuove leve ma, a conti fatti, si tratta di scelte dovute e assolutamente funzionali alla narrazione.

Ogni personaggio, con le sue contraddizioni e il proprio travagliato processo di crescita, dà quindi il suo indispensabile contributo a delineare quello che è l'indiscusso protagonista di Stranger Things, ovvero il gruppo.
Gruppo che in questa terza stagione sembra essere maggiormente minacciato dall’inesorabile passaggio del tempo, “nemico” capace di dividere anche i team più uniti, piuttosto che dal Sottosopra che anzi rappresenta il vero collante, capace di rimettere le cose in ordine e unire il gruppo e che spinge tutti i protagonisti a prendere decisioni importanti e complesse senza però mai intaccare lo "spirito bambinesco", vero motore delle loro avventure.
Come di consueto, anche in questa terza serie, il gruppo parte separato, questa volta in 3 principali sottogruppi, ognuno impegnato a combattere le proprie - a tratti improbabili - battaglie, fino all’inevitabile e spettacolare reunion finale per far fronte alla minaccia comune.

Un indiscusso pregio di questa terza incarnazione di Stranger Things è l’aver introdotto 3 nuovi side-villain, al fianco del temibile Mind Flayer, utilizzati per delineare appunto le tre linee narrative principali della serie.
Da un lato i Russi, ovviamente rappresentati soddisfando tutti, ma proprio tutti, i cliché del caso, utilizzati per dare all’opera un taglio comico/complottista e fantascientifico, con riscontri politici decisamente stereotipati; nemici del team più improbabile e divertente della serie, capitanato da Dustin e Steve.
Dall’altro Billy, nemico del team capitanato da UndiNancy e Jonathan e interpretato da un Dacre Montgomery praticamente perfetto, che ha il grande pregio di umanizzare la minaccia mostruosa rendendola ancora più subdola e terrificante.
Nel mezzo invece vi è il temibile Grigori, nerboruto “Terminator” che ricorda le fattezze del temibile T1000, che rappresenta il nemico più umano e violento, nemesi dell’eroe hollywoodiano che cercherà in tutti i modi di fermare le indagini di Hopper e Joyce.

Mai come in Stranger Things 3 il mondo del sottosopra diventa secondario a quelle che, a conti fatti, possono essere considerate le vere tematiche centrali della serie: la crescita, il passaggio del tempo e la necessità di cambiare.
Tutti i personaggi vivono un profondo conflitto interiore che li spinge a superare la propria condizione e affrontare le proprie paure indipendentemente dalle loro età. 
Undi e Mike danno vita ad una storia d’amore innocente e dolce, in cui sarà facile per chiunque rispecchiarsi, e rappresentano insieme a Lucas i personaggi che meglio descrivono il turbolento momento della crescita.
Will, qui relegato ad un side-role che ha fatto storcere il naso ad alcuni fan, rappresenta invece la paura di crescere e di abbandonare per sempre la spensieratezza della loro infanzia. 
Steve e Robin sono invece i personaggi con l'arco narrativo più ampio mentre Hopper e Joyce vivono un travagliassimo rapporto dai tratti incredibilmente realistici e malinconici.
I profondi e travagliati processi di crescita dei personaggi hanno a che fare un po’ anche con noi spettatori, indipendentemente dalla nostra età: rivivere l’ingenuo e genuino amore tra Mike e Undi o il desiderio inestinguibile di Will di giocare a D&D o ancora la “romantica” dichiarazione di Steve e il sentito coming out di Joyce, ci fa percepire l’inevitabilità dello scorrere del tempo e la graduale ma inesorabile perdita di spensieratezza e purezza tipica della nostra infanzia.

Ad unire le avventure vissute dai vari gruppi ci pensa un montaggio che ha davvero del miracoloso e che meriterebbe tutti i premi di questo mondo, frutto anche di una scrittura dettagliata e minuziosa che scandisce gli eventi in maniera ineccepibile e si muove con leggiadria da una linea narrativa all'altra.
I momenti di stanca che avevano caratterizzato la seconda stagione sono solo un lontano ricordo e nonostante non vi sia più l’effetto sorpresa che era possibile vivere con la prima stagione, ogni episodio riesce a stupire ed ammaliare.
Ogni scena si collega alla successiva senza alcuna soluzione di continuità utilizzando suoni, musiche, movimenti di camera e citazioni e tutto si intreccia in modo così surreale ma allo stesso tempo fluido e credibile da lasciare davvero senza fiato.
La perfezione del montaggio pone le sue fondamenta su una regia solidissima che fa del citazionismo il suo leitmotiv. La camera sembra governata da uno Steven Spielberg venticinquenne, i dolly-shot ricordano quelli di E.T. o di Indiana Jones e dipingono una Hawkins quasi surreale per quanto cinematografica ma allo stesso tempo così vera e tremendamente affascinante. Le scene d’azione sembrano essere dirette da un giovane James Cameron o uscite direttamente da un Die Hard, mentre le scene più tese ricordano ad esempio molto da vicino quelle di “La Cosa” di Carpenter.

In Stranger Things il citazionismo registico vive in simbiosi con il citazionismo contenutistico che non è semplice e mero fan service ma elemento funzionale allo stile narrativo e al processo di immedesimazione dello spettatore. Tutti i cliché della cultura pop anni 80 e del cinema anni 80 qui riacquistano la loro “antica” gloria. Sembra quasi che i Duffer abbiano deciso di creare un’opera che non solo ricordasse il modo di far cinema degli anni 80 ma che sembrasse essere prodotta direttamente in quegli anni.
Ogni scelta registica è quindi figlia di quel cinema americano degli anni 80 che i Duffer hanno dimostrato di amare e conoscere profondamente: gli alberi si muovono e crollano a indicare il passaggio di una qualche forma di mostro terrificante, le luci diventano intermittenti ogni qual volta vi è una scena d’azione, la battuta perfetta viene pronunciata sempre nel momento più giusto ad anticipare un’azione memorabile e ancora il sempreverde sistema di aereazione viene usato per infiltrarsi in una base segreta.
E ancora... i russi sono grossi, armati e un po’ storditi, il cattivo sulle orme del team Hopper somiglia incredibilmente a Terminator, i giornalisti sono cinici, sbruffoni e mangiano porcherie, al cinema viene proiettato Ritorno al Futuro, i bambini sono scaltri e coraggiosi e sono in grado di infiltrarsi in una base segreta russa, il sintetizzatore e alcune delle più famose hit musicali degli anni 80 sono onnipresenti, tra russi e americani può nascere un’amicizia perché “se loro possono cambiare allora tutto il Mondo può cambiare”. Ogni singolo minuto di Stranger Things 3 è impregnato di citazioni e cliché che vengono sempre trattati con enorme rispetto e un velo di ironia, e rendono l’opera sempre divertente e a tratti incredibilmente nostalgica.

Ma quindi Sranger Things 3 è una serie perfetta? Mai come in questo caso non si può che esprimere un giudizio soggettivo poiché oggettivamente ci troviamo di fronte a un’opera che, nonostante qualche problemino, rasenta, senza se e senza ma, la perfezione praticamente sotto ogni aspetto.
Va certamente detto che la narrazione a tratti è indubbiamente “appesantita” sia da un eccessivo citazionismo che alcuni potrebbero forse trovare un po’ fastidioso mentre altri potrebbero trovare decisamente adorabile, sia da una linea comica forse un po’ troppo presente e pressante che in alcuni casi, e sopratutto con alcuni personaggi, non lascia quasi mai spazio a momenti più seri e intimi.
Un altro appunto potrebbe essere fatto a proposito della caratterizzazione un po' troppo stereotipata di alcuni personaggi come ad esempio Jim Hopper o lo scienziato russo Alexei, "amorevolmente" soprannominato Smirnoff proprio dallo sceriffo di Hawkins.

Si tratta comunque di piccolezze alle quali ognuno di noi potrà dare o meno importanza e che a conti fatti non minano in alcun modo la qualità di un’opera “enorme”, proprio come il suo Mind Flayer, adatta un po’ a tutti i palati, bellissima da guardare, appassionante e coinvolgente, capace di trattare temi profondi e di dare vita a numerosissimi “momenti nostalgia” incredibilmente ben congeniati.
Un tributo al cinema con cui molti di noi sono cresciuti e che ancora oggi rappresenta un simbolo riconoscibilissimo e intramontabile.
Se questi sono gli standard a cui i Duffer Brothers vogliono abituarci allora non possiamo che augurarci che Stranger Things possa diventare un’indimenticabile “Never Ending Story”.

Pro

- Intreccio ben scritto

- Regia, montaggio ed effetti speciali ineccepibili

- Citazioni a gogo

- Personaggi ben approfonditi

- A tratti spaventoso, a tratti adrenalicico, a tratti comico...

Contro

- ... forse un po' troppo comico.

- Molti stereotipi e troppe citazioni potrebbero far storcere il naso a qualcuno

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Scheda

  • Data di uscita / 04/07/2019
  • Doppiaggio / Si
  • Sottotitoli / Si
  • Genere / Fantascienza

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