3 modi di rompere la quarta parete - Speciale

La versatilità di un escamotage sottovaluto

di Luciano Moscariello / giovedì 11 gennaio 2018 / Speciale

La quarta parete è un costrutto immaginario, un qualcosa da noi passivamente accettato e dato per scontato, non ci riflettiamo più di tanto, a causa di una banale quanto rigida separazione dei ruoli. Noi siamo lo spettatore che osserva un’opera e che, indifferentemente dalla sua natura, è li per goderne. Si tratta della base, è la convinzione su cui poggia tutta la semiotica costruzione della sospensione dell’incredulità, che appunto consente di assolvere all’apparentemente unico grande ruolo riservatoci, la fruizione appagante di una composizione di fantasia. Eppure, con quella giusta dose di ironia spesso permeante le evoluzioni di un medium, è stata una delle prime caratteristiche ad essere messa in questione. Il sostegno stesso su cui viene idealmente fondata la riuscita dell’intero sistema comunicativo veniva posto in discussione. Basta sfogliare le pagine di un Plauto, forse IL commediografo della Roma antica vissuto a cavallo tra il III e il II secolo a.C., per rendersi conto di come questo rapporto statico e passivo sia sempre stato tematizzato, sia sempre stato un elemento con cui giocare per esplorare nuove soluzioni, poi riassunte nel generico fenomeno denominato “rottura della quarta parete”. Quindi è tutto qui? La rottura della quarta parete si riassume in un semplice coinvolgimento accentuato del ruolo dello spettatore, sottratto al suo godimento inattivo? Voglio prendere 3 esempi, limitati all’universo seriale e ordinati dal più elementare al più complesso, per dimostrare la forza, la varietà e l’assoluta imprevedibilità di ciò che, in tale contesto escamotage narrativo, azzera e riscrive totalmente il paradigma prodotto-fruitore.

 

1 - House Of Cards necessita di ben poche presentazioni, ne sono sicuro. Una delle primissime produzioni originali Netflix, senz’ombra di dubbio anche una delle migliori alla prova della lunga distanza; capitanata da due straordinari attori quali Kevin Spacey e Robin Wright, negli anni è diventata un fenomeno. A parte qualche difetto di narrativa “annacquata” tra la quarta e la quinta stagione, può diventare un compito arduo trovare pecche in un prodotto così curato, riuscendo oltretutto nel proposito di rendere appetibile alla massa un argomento tipicamente di nicchia come il nudo e crudo gioco politico. La scalata al potere di Frank Underwood viene, infatti, alleggerita dal suo rivolgersi spesso ed in maniera incisiva allo spettatore, rendendolo a tutti gli effetti suo complice. Nonostante si tratti della forma più basica di rottura della quarta parete, poiché in soldoni non si fa altro che spiegare la situazione corrente oppure esporre un’idea o un piano, gli sceneggiatori sono riusciti a creare un sottile gioco psicologico, in cui chi guarda si sente appagato nel vedersi trasformato in un abile scacchista pronto a qualunque cosa, incluso rovinare vite, pur di raggiungere i suoi obiettivi. Semplice, ma tremendamente efficace.

 

2 - Il nome Phoebe Waller-Bridge, invece, sono convinto sia eufemisticamente poco noto. Si tratta di una brillante attrice e commediografa britannica, conosciuta in particolar modo per il suo spettacolo teatrale Fleabag, adattato successivamente anche come miniserie televisiva. Ed è un capolavoro, una magistrale dark comedy incentrata su una giovane donna piuttosto problematica, alle prese con una famiglia disfunzionale, una caffetteria a tema porcellino d’India che non ha successo e la recente morte della sua migliore amica. In soli 6 episodi si toccano un’infinità di tematiche, vicine a chiunque stia attraversando un periodo singolarmente difficile e confusionario, quel momento in cui si è imboccata una via ma si sta ancora decidendo cosa fare della propria vita. E questo preambolo scalfisce a malapena la superficie di Fleabag, che dalla sua parte ha anche un modo curioso e affascinante di abbattere la quarta parete. Nei momenti in cui la protagonista senza nome si rivolge ad personam allo spettatore, non lo fa per mera esposizione di un accadimento, ma sta cercando di imporre disperatamente la propria visione distorta del mondo e delle persone che la circondano. Vi è una palpabile discrepanza tra il ritratto che ci viene offerto e la realtà poi osservata, in un gioco dialettico continuo messo in moto da un personaggio allo stremo che tenta di giustificare la globalità delle sue azioni e parole con ogni mezzo.

3 - Poteva mai non esserci Mr. Robot qui? Non esiste, attualmente, una rottura della quarta parete più complessa e sfaccettata di quella operata da Elliot Alderson, giovane hacker con un forte disturbo della personalità (tra gli altri problemi come sociofobia e dipendenza da morfina) che dà il via ad una rivoluzione senza regole per distruggere la più grande multinazionale della storia dell’umanità, la E-Corp. Serie a dir poco geniale, Mr. Robot è uno dei sempre più rari prodotti immediatamente riconoscibili, dovuto ad uno stile registico virtuoso e camaleontico e ad una sceneggiatura gestita ad opera d’arte per intreccio e tempistiche. Corona tutto il suo protagonista, che in realtà ne racchiude due, un personaggio mai banale, pronto ad inondarci di monologhi logoranti volti a farci riflettere sull’inutilità o ridicolezza di qualsivoglia aspetto della nostra vita e delle nostre abitudini. C’è qualcosa di malsano, di arcano e di anormale nel suo modo di rompere la quarta parete, un aspetto sinistro in quel continuo chiedere conferma degli avvenimenti, al momento interpretato quasi come un antidoto al suo palese squilibrio mentale. Elliot si rivolge allo spettatore in toni incessantemente diversi, sperando di ottenere un risultato sempre diverso, a volte garanzia, a volte autorizzazione, a volte supporto nella sua lotta contro la sua altra personalità. Che dietro questa facciata, dietro questo nostro ruolo si nasconda una terza e più imponente individualità?

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