The Dark Pictures Anthology: The Devil in Me – Recensione

Le storie horror sono fatte di scelte, spesso pessime. La serie The Dark Pictures Anthology si basa proprio su questo concetto (qui la recensione del precedente episodio) e sul desiderio di dare ai giocatori il potere di cambiare quelle scelte. The Devil in Me, quarta e ultima uscita della prima stagione prosegue sulle orme dei predecessori ma aggiunge alcune dinamiche inedite per la serie. In più, come vedremo , racconta una storia basata su eventi realmente accaduti, cosa che amplifica atmosfera e immedesimazione.

In che hotel hai prenotato?

The Devil in Me introduce la figura di H. H. Holmes, conosciuto come il primo (e probabilmente più efferato) serial killer d’America. In attività alla fine del XIX secolo, commise circa 200 omicidi, molti dei quali all’interno del suo “castello”. Questo fu il soprannome dato in seguito al suo hotel, opportunamente riprogettato con trappole di vario genere per eliminare i malcapitati di turno. L’incipit del gioco parte proprio da qui, con una coppia di sposi che si troverà coinvolta nelle spietate macchinazioni di Holmes.
Flash forward fino ai giorni nostri. Una troupe televisiva in difficoltà economica viene invitata a visitare la riproduzione del “castello” su un’isola separata dal mondo. Cosa potrà mai andare storto?

L’arrivo nella replica dell’Hotel è tutto un “Wow”. Dopo un po’ diventerà un “Aaaah!”

Novità del gameplay

Dopo tre episodi più o meno riusciti, The Devil in Me chiude questa prima stagione con una storia più interessante e anche alcune novità al gameplay. Le basi sono quelle di sempre: sia giocando in solitaria, sia con amici a turno in locale, sia in coop online, interpreteremo uno dei cinque personaggi e ci muoveremo fino alla successiva scelta o dialogo. Se prima queste fasi intermedie erano paragonabili a muoversi dal punto A al punto B, ora si sono ampliate.

Il gameplay si arricchisce ad alcuni enigmi ambientali che non guastano

Le fasi esplorative ricordano in alcuni punti anche avventure più canoniche. Ci sono oggetti da raccogliere anche dopo aver preso piccole deviazioni dal percorso principale e non mancano nemmeno enigmi. Alcuni ci chiedono di trovare una combinazione, altri di muovere ostacoli per avanzare… la varietà c’è e si sente. Partendo da una base in cui queste fasi di gameplay erano praticamente assenti, fa piacere vedere un’evoluzione verso un vero videogioco rispetto ai film interattivi precedenti.

Alcune scelte minori potrebbero non esserlo così tanto

Personaggi a cui badare

La storia parte sicuramente bene, coinvolgendo il giocatore appassionato di questi accadimenti. Oltre a scoprire il mistero che si cela dietro alla vicenda, anche la scrittura dei protagonisti mi è sembrata più matura del solito. Nulla di troppo originale o complesso, ma il carattere dei cinque personaggi coinvolti e i loro rapporti all’interno della troupe riescono ad appassionare. In alcuni casi poi, i loro difetti hanno anche un certo impatto sul gameplay, come per esempio Erin e la sua asma. Se quindi in altre produzioni perdere un personaggio passava un po’ inosservato, in The Devil in Me è più facile affezionarsi a qualcuno e tentare di salvarlo ricaricando la partita. Non sempre è possibile farlo velocemente, poiché avreste potuto prendere scelte in capitoli precedenti, ma è sempre possibile rigiocarli scegliendo di sovrascrivere o meno le azioni già compiute.

Statistiche e barre non vengono mai tradotte chiaramente nel gameplay

Riguardo il plasmare la propria storia, continuiamo a non capire le barre che dovrebbero indicarci l’aumento dell’empatia o di altre caratteristiche dopo aver effettuato delle scelte. Veder crescere o meno questi indicatori non aiuta a capire come plasmare gli eventi futuri più di quanto l’azione stessa già non faccia. Mostrarli sembra evidenziare la loro utilità ma, a conti fatti, non offre spunti per giocare diversamente. Questo è un problema di leggibilità del gameplay che Supermassive Games si porta dietro da sempre, in grado più di confondere che di chiarire una situazione.

Molte scelte “vitali” andranno affrontate di pancia, più che di cervello

Una tecnica da ripulire

È però nel comparto tecnico che si evidenziano i maggiori problemi. The Devil in Me colpisce subito per il dettaglio dei volti e per le ambientazioni, specie se interne. Le animazioni nelle fasi giocate sono state ampliate per permettere i maggiori movimenti durante le esplorazioni. La motion capture nei filmati rende davvero bene l’idea di film interattivo, con inquadrature che funzionano sempre sia quando seguono un dialogo, sia quando vogliono creare tensione.

Il problema principale sta tutto nella pulizia generale. Può capitare di incorrere in freeze o chiusure inaspettate del gioco. Allo stesso modo in alcune fasi i personaggi parleranno in inglese anche se il doppiaggio è completamente in italiano. Sicuramente arriveranno patch correttive, però è curioso notare che le precedenti uscite non avevano così tante problematiche.

Un caldo benvenuto da parte del Sig. H. H. Holmes

Commento finale

The Devil in Me chiude la prima stagione di The Dark Pictures Anthology con una storia intrigante e con diverse idee che speriamo di rivedere in futuro. I personaggi sono più umani di altri visti nelle scorse uscite e la connessione con loro è più semplice e meno artificiale. Questo e il fascino di eventi basati sulla reale esistenza del serial killer H. H. Holmes, lo rendono il più interessante del pacchetto. Dispiace solo segnalare la scarsa pulizia del codice di gioco che può creare problemi tecnici di vario tipo durante la fruizione. La nostra esperienza è comunque stata già ora godibile e se non vi spaventa qualche difficoltà tecnica, potete già staccare un biglietto di sola andata per questo Castello degli orrori.

Pro
  • – Ambientazione e contesto intrigante
  • – 5 personaggi da scoprire
  • – Gameplay più “videogiocoso” del solito
  • – Funziona da soli ma anche in compagnia
Contro
  • – Diversi problemi tecnici
  • – Gestione dei rapporti poco chiara
  • – Alcune scelte da effettuare alla cieca

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