One Piece – Recensione

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One Piece è uno tra i manga – e rispettive serie animate – finiti nel cuore degli appassionati da tantissimi anni. Nell’ultimo periodo poi, la sua fama è aumentata esponenzialmente. Questo è successo perché l’opera cartacea si sta avvicinando alla conclusione e perché le ultime puntate dell’anime hanno segnato un balzo qualitativo sorprendente. Tra risorse impiegate e risultati ottenuti sul fronte dei combattimenti (evitiamo spoiler, ovviamente), possiamo considerare questa seconda metà del 2023 un periodo d’oro per i fan dell’opera creata da Eiichirō Oda. 

La serie Netflix di recente pubblicazione, però, aveva destato diversi sospetti fin dal suo annuncio. Considerando i precedenti fiaschi della piattaforma in ambito live action, malumori e titubanze erano più che giustificati. Nonostante ciò, raggiunta la fine dell’ultima puntata, ci siamo sentiti molto soddisfatti e abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Nonostante una certa goffaggine registica, la serie va oltre le aspettative e diventa godibile nelle intenzioni, ma soprattutto nelle idee. Ci sono compromessi ovviamente, ma sono necessari per mettere d’accordo fan e semplici curiosi rispetto allo sconfinato materiale di riferimento. 

Una storia di pirati 

La storia di One Piece rappresenta fin dalle sue origini uno dei principali punto di forza dell’opera d’ingegno e perseveranza di Eiichirō Oda. Merito di un word building incredibilmente stratificato, che negli anni ha alimentato teorie e supposizioni. I rapporti di forza tra le numerose fazioni e alcune diramazioni narrative sorprendentemente sfaccettate hanno tratto ispirazione da miti e leggende di ogni cultura. Il tutto all’interno di un universo che muta, si evolve e cambia con coerenza, man mano che la serie procede. 

La serie Netflix, nello specifico, ripropone il riadattamento dei primi 95 capitoli cartacei (circa i primi 45 episodi dell’anime, per aggiungere un paragone) con sorprendente fedeltà e rispetto del materiale originale. Giocando in modo intelligente sulle origini dei primi cinque membri della (futura) Ciurma di Cappello di Paglia, vengono narrate le origini del protagonista Rufy. Il suo intento è diventare Re dei pirati, alla ricerca di un tesoro leggendario nascosto dal famigerato Gold D. Roger. 

Dove tutto ha inizio… con una certa epicità.

Teoricamente abbiamo una storia molto classica, a cui però bastano pochi istanti per iniziare a far luce su elementi che vanno oltre il tipico tratto degli shonen (action) più tradizionali dei quali è comunque un punto di riferimento. Qui non c’è solo un protagonista che cresce e diventa sempre più forte, superando assieme ai fidati compagni ostacoli sempre più pericolosi. Qui si cresce tutti insieme, tramite un world building estremamente dinamico e che riesce ad appassionare milioni di appassionati da 20 anni.

Concentrandoci sulla serie di One Piece, in 8 puntate da circa un’ora ciascuna troviamo avvenimenti che – per gli appassionati – possono sembrare un semplice prologo. Considerando però la quantità di storie e personaggi presenti, questi episodi riescono a costituire un arco narrativo ideale per questa prima stagione. Segna alcuni momenti iconici per gli appassionati, gettando una nuova luce sugli albori delle avventure di Rufy e compagni, ma riuscendo anche ad attirare i semplici curiosi. 

Buggy il Clown in tutto il suo “splendore”.

Pugno gam gam in azione 

Cosa riesce quindi a convincerci nella serie Netflix di One Piece? In primis la scelta di proporre una serie con tantissimi punti in comune al materiale originale, una prerogativa dettata dallo stesso creatore. Eiichirō Oda ha infatti supervisionato attentamente i vari sviluppi delle scene trasposte, così come la scelta degli attori per le interpretazioni. Proprio il cast di personaggi primari e secondari rappresenta un elemento degno di interesse. L’impegno profuso da tutto lo staff nella realizzazione di questo progetto è alto e riesce, in buona parte, a riversare cuore e impegno per superare limiti e inciampi presenti tra regia e scelte stilistiche. Stile che, tra gag piratesche al limite della follia e momenti più delicati, ricalca e riadatta in modo abbastanza convincente lo stesso mood spensierato e genuino della prima parte delle avventure di Rufy.  

Dove si può si compensano i limiti impreziosendo le scene con piccoli dettagli.

Dal coraggioso e incauto protagonista, passando per lo stile poco loquace dello spadaccino Zoro, la ladra/navigatrice Nami e il cecchino bugiardo Usopp, fino al cuoco galantuomo Sanji, il cast degli attori principali si incastona alla perfezione nel quadro generale. Inoltre, pensando agli incastrati dei background dei vari membri della ciurma, non possiamo che ritenerci abbastanza soddisfatti. 

Se dobbiamo essere puntigliosi, in realtà, solo la storia di Nami legata alle avventure contro i pirati di Arlong è quella su schermo che ci ha convinto meno. Sicuramente la necessità di introdurre rapidamente le tematiche raziali tra umani e popoli del mare non permette di raggiungere lo stesso climax visto su altri media. Ciò ridimensiona il risultato sul personaggio di Nami proprio nel suo momento clou. 

La ciurma di Cappello di Paglia al completo!

Tutto esagerato?

Anche sul versante costumi e ambientazioni, ci siamo ritrovati ad apprezzare la strada intrapresa. Il tentativo di riportare il fantasioso stile di manga e anime che difficilmente riesce a trovare spazio in un’identità realistica, è riuscito meglio del previsto. Solo in rari casi ha dato la sensazione di scadere in un cosplay esagerato. Considerando i soldi spesi per ciascuna puntata (circa 16 milioni di euro), ci aspettavamo qualcosa di ben più spettacolare e meno artificioso. Se per le varie ambientazioni si apprezzano gli sforzi monetari, non ci ha convinto granché la CGI, utilizzata ad esempio per mostrare i frutti del diavolo. 

Fortunatamente, l’impegno profuso da tutto il cast di One Piece riesce ad aggirare e limitare – con una certa coerenza – i limiti interpretativi dei singoli. Su tutti, pensando ai personaggi che sono riusciti ad emergere, vogliamo menzionare il capo dei cuochi della nave-ristorante Baratie Zef, interpretato alla perfezione nelle movenze e nell’espressività, oltre ad un ipotetico primo posto Buggy il clown. Questo grazie ad un’interpretazione stratosferica dell’attore Jeff Ward, con un atteggiamento “da puro Joker” in molteplici occasioni. Per luio c’è stato anche un ottimo lavoro di doppiaggio a cura di Emiliano Coltorti, già apprezzato nel recente doppiaggio cinematografico de “La Macchia” in Spider-Man: Across the Spider-Verse. 

Ogni utente troverà il proprio personaggio preferito in un batter d’occhio.

Gli avvenimenti si susseguono ad un ritmo sorprendentemente sostenuto, dove anche durante dialoghi e brevi monologhi si ha sempre chiaro il filo conduttore. Riguardo i combattimenti il risultato ci è sembrato solo discreto, a causa di una regia che non riesce sempre a seguire le situazioni più concitate. Fortunatamente gli scontri più fisici e aereodinamici di Zoro – in alcuni casi anche con Sanji – tra spade e calci ai limiti della tamarraggine più pura, riescono a limitare questo problema.

Commento finale

La prima stagione di One Piece secondo Netflix offre un’avventura che, con tutti i limiti del caso, riesce a strappare più di un sorriso e intrattenere lo spettatore medio. Considerando i rischi legati al gigantesco materiale di riferimento, era forse impossibile aspettarsi qualcosa di meglio. Per questo ci riteniamo abbastanza soddisfatti, oltre che speranzosi di vedere come proseguirà l’Odissea di Rufy e compagni, sperando in un passo qualitativo più marcato. 

Se siete fan dell’anime o del manga, potete elevare il voto di almeno un punto abbondante, riuscendo con più facilità a sorvolare sui limiti tecnici di cast e regia ed apprezzare la passione che scaturisce da ogni singola scena. Per tutti gli altri, potreste scoprire con la prima stagione di One Piece che è possibile realizzare un live action quanto mai discreto e degno di essere visto

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