Detroit: Become Human – Recensione

Lo sviluppatore che in questi anni si è avvicinato maggiormente al concetto di film interattivo porta il nome di Quantic Dream. Con Heavy Rain prima e Beyond: Two Souls dopo, le storie scritte e dirette da David Cage hanno appassionato e stupito i giocatori, ma è con Detroit: Become Human che il percorso di maturazione può davvero dirsi al suo apice. La cosa interessante è che, come vedremo tra poco, non sarà l’impianto grafico da mascella sul pavimento a farci credere di “giocare un film”, ma sarà la scrittura e il livello stilistico a farci credere di stare davvero assistendo ad eventi creati da noi, nel corso di scelte multiple come mai prima d’ora. Questo è bene chiarirlo fin da subito perché, se è vero che nei trailer ci si accorgeva principalmente della qualità visiva, Detroit: Become Human è molto di più, facendo passare questo aspetto quasi in secondo piano durante lo svolgimento di vicende stimolanti e banali solo quando serve.

Ammettiamolo: il mondo futuristico dipinto da Quantic Dream deve moltissimo al lavoro di Philip K. Dick e al cult cinematografico basato su una sua opera e portata sullo schermo da Ridley Scott con Blade Runner. Piove un po’ meno, il mondo non è sempre così cupo, ma gli androidi fanno ormai parte delle nostre vite, aiutandoci da una parte ma creando nuovi problemi sociali dall’altra. Vengono venduti nei negozi come oggi si compra un frigorifero o una lavastoviglie e sono prodotti dalla più grande compagnia esistente, la Cyberlife. Quando però tra i loro malfunzionamenti viene fuori la possibilità di uccidere il proprio proprietario, le

cose iniziano a farsi complesse. Su una storia generale che si basa su pregiudizi, paure e odio nei confronti di queste macchine, si muovono tre pedine: Kara è un assistente domestica che viene riconsegnata con la memoria resettata al suo proprietario dopo un misterioso incidente che l’ha danneggiata, Markus è l’aiutante di un ricco pittore ora costretto sulla sedia a rotelle e Connor è il prototipo più avanzato della Cyberlife e viene impiegato per indagare con la polizia sui casi di devianza, l’errore di sistema che porta alcuni androidi a commettere efferate violenze.

Detroit: Become Human si apre con la situazione già giocata nella demo: in un grattacielo un deviante (androide cha ha deviato dai suoi protocolli di sistema) ha ucciso il suo proprietario e ora minaccia di buttarsi dal tetto con la figlia piccola dell’uomo. Se avete già provato il titolo grazie alla prova gratuita, saprete che il finale di questa prima parte si può concludere in ben sei modi differenti. Il dubbio che questa occasione fosse uno specchietto per le allodole e che i successivi capitoli fossero meno complessi viene spazzato via durante gli avvenimenti successivi, capaci di ripercuotersi sia sul rapporto con chi ci sta intorno, sia provocando o evitando situazioni che possono colpire a cascata anche gli altri due personaggi.

Potreste fare qualcosa con Markus che poi modifica la serie di eventi che dovrà affrontare Kara, così come un’opinione che potrebbe farsi Connor rispetto alla sua natura di androide. Questa complessa rete di fatti diventa il punto di forza della rigiocabilità, elemento che da sempre latita quando si tratta di giochi story driven. Anche se il gioco vi permette di rigiocare subito un capitolo, evitando per esempio la morte di uno dei tre personaggi coinvolti (sì, può capitare benissimo anche questo), alla prima partita conviene lasciare le cose così come stanno, vivendo la trama dall’inizio alla fine senza ripensamenti. Alla seconda run – ma anche alla terza – se vorrete provare nuovi approcci, potrete caricare un checkpoint da qualsiasi capitolo, cambiando così le situazioni vissute e percorrendo quindi una strada inedita e inesplorata che potrebbe portarvi ad un finale diverso.

Come sempre accade con giochi di questo tipo il gameplay puro e semplice è molto limitato: con la levetta sinistra ci si muove in modo un po’ meccanico (e per una volta, essendo alla guida di un androide ce ne si fa presto una ragione), con quella destra si interagisce quando c’è un punto di interesse, con i tasti frontali si eseguono principalmente i quick time event e con R2 si attiva una modalità che ci aiuta a trovare tutte le interazioni con l’ambiente. L’esplorazione è spesso limitata da muri invisibili che simulano la programmazione dell’androide ma talvolta ci viene concessa una maggiore libertà che potrà portarci a scoprire alcuni eventi che potrebbero avere risvolti interessanti su quello che accadrà. Tutti questi limiti e questa semplicità di avanzare attraverso la trama, nel bene o nel male, ci permette di concentrarci su quello che vale davvero: l’immedesimazione.

Il cortocircuito che vede noi giocatori, umani, guidare le scelte di tre androidi che iniziano a comportarsi come persone vere, diventando pericolosi per colpa delle loro azioni ed emozioni, crea situazioni in cui diventa impossibile non riflettere sui punti di vista, sul concetto e sulla visione del diverso e su quello che potrebbe riservarci il futuro. La libertà inalienabile dell’individuo può essere trasferita ad un essere creato per essere il più possibile uguale a noi, ma nato solo per aiutarci e quindi considerato schiavo? Questa è solo una delle tante domande cosmiche che Detroit: Become Human semina lungo un percorso fatte di scelte umane perché nostre, ma compiute da macchine che imparano ed evolvono grazie ad esse.

Un percorso spesso filosofico ed etico che trova una semplice declinazione in eventi concreti che possono anche porre fine alla “vita” dei tre protagonisti. Ci si trova insomma in situazioni che mantengono alta la tensione, sia quando si cerca di fare amicizia con un rude agente di polizia, sia quando si deve scappare, inseguire o combattere contro minacce immediate e spesso letali. Non mancano poi situazioni più specifiche come i momenti in cui si indaga su un crimine attraverso una complessa simulazione degli eventi passati con Connor, o alcuni che tirano in ballo un conto alla rovescia che fa ulteriormente aumentare la tensione e la gravità. Dire quindi che si gioca poco sarebbe sbagliato; piuttosto diciamo che si gioca in modo diverso, agendo più con le proprie emozioni, piuttosto che con l’abilità sui tasti.

Il mondo tratteggiato in Detroit Become Human è incredibilmente dettagliato. Non essendo un open world ma un titolo che si può concentrare maggiormente su ambienti ristretti, si è potuto creare abitazioni, strade, capannoni, parchi e tutta una serie di luoghi in modo eccellente, stupendo il giocatore in molti modi diversi. Mentre ci si muove capita di incastrarsi, ma è proprio una bazzecola rispetto alla cura di ogni animazione. Queste sono ottimamente ricreate ma danno il massimo con le espressioni facciali visibili nei primi piani, mostrando il volto degli attori che interpretano ogni personaggio.

Il gioco è in italiano sia nei testi, sia negli eventuali sottotitoli e, per chi lo desidera, si può passare all’originale inglese dal menu principale. Grazie al talento di diversi famosi doppiatori nostrani, non si sente però il bisogno di giocare in un’altra lingua. Tutto funziona alla grande e scoprire le nuove location grazie al continuo passaggio di personaggio da un capitolo all’altro, permette di ammirare un altissimo lavoro di design che comprende alcuni articoli digitali rinvenibili per le location e capaci di offrire ulteriori dettagli sul complesso universo pensato da Quantic Dream.

Detroit: Become Human è il lavoro più riuscito del team di David Cage. Basandosi sull’atavica domanda “chi siamo noi?” è stato costruito un universo che deve molto alla fantascienza ma che ha il grande pregio di saperci stare dentro senza prendere svarioni o buchi di sceneggiatura chiaramente visibili, specie se si considera la sua natura a bivi incredibilmente complessa. Completarlo una prima volta “come viene” è un obbligo morale per chi apprezza le produzioni basate fortemente sulla trama, ma se volete davvero vedere tutto dovrete spingervi molto oltre, rigiocando le scene già affrontate tentando però un approccio differente che vi porterà a conseguenze inedite. I diagrammi spoiler free vi daranno una mano a capire quali parti possono avere varie ripercussioni, ma starà a voi viverle e giocarle. I tre personaggi sono ottimamente caratterizzati, ma sarete voi a gestirli e a renderli quello che diventeranno. Se queste idee vi intrigano, la vostra PS4 si dimostrerà il perfetto veicolo per raggiungere il futuro e farvi vivere un viaggio indimenticabile segnato dalle emozioni che saprà regalarvi.

Pro
  • – Storia appassionante
  • – I tanti bivi presenti sono ottimamente gestiti
  • – Personaggi di spessore
  • – Suscita continue emozioni
  • – Longevità maggiore rispetto agli standard del genere
  • – Tecnicamente eccellente
Contro
  • – Poca azione diretta
  • – Deve piacere una forte componente narrativa

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