Okamiden

Qualche anno fa, per l’esattezza nel 2006, su PS2 arrivò uno dei giochi più bistrattati di tutti i tempi: Okami (qui la nostra recensione). Il titolo in sé ricevette un gran numero di premi e critiche positive, ma per tutta una serie di motivi non sfondò: la PS2 era ormai al tramonto, e per di più nessuno si prese la briga di tradurre il gioco in italiano. Fu così che un vero e proprio capolavoro fu snobbato: ambientato nell’antico Giappone, Okami metteva il giocatore nei panni di Amaterasu, la dea del sole reincarnatasi in un lupo bianco, e offriva un’avventura davvero indimenticabile, fra boccioli di ciliegio, mitologia giapponese, paesaggi favolosi, musiche incantevoli e uno stile grafico particolarissimo, che imitava gli antichi dipinti giapponesi, colorati con pennellate intense. Il gioco fu convertito anche per Wii, implementando l’uso del Wiimote per usare il pennello celestiale (lo strumento magico di Amaterasu), ma nemmeno questa volta fu tradotto nella nostra lingua e passò quasi inosservato alla massa. Dopo la chiusura dei Clover Studios, un manipolo di nostalgici interni a Capcom pensò bene di rendere omaggio a quel capolavoro partorendo il suo seguito per DS: ecco Okamiden.

Partiamo dalla storia, che si svolge solo 9 mesi dopo gli eventi narrati in Okami: dopo aver distrutto il dominatore dell’oscurità e di tutti i demoni, Yami, Amaterasu era salita in cielo per sorvegliare l’umanità dall’alto. Tuttavia, una nuova minaccia si presenta all’orizzonte; alcuni demoni ricominciano ad apparire, e il folletto Issun, aiutante della dea-lupo nel primo capitolo, ci spiega il perché: quando va tutto bene, gli uomini si dimenticano di pregare, permettendo al male di ripresentarsi. Fortunatamente dal nulla appare un’altra divinità pronta a combattere le ombre che si ammassano sul Giappone: si tratta di Chibiterasu, il figlio di Amaterasu reincarnatosi anch’egli in un lupo bianco, stavolta cucciolo. Ben presto il lupacchiotto incontra Issun, ma poiché quest’ultimo ormai è impegnato a diffondere dipinti raffiguranti Amaterasu e a fare il missionario, spronando la gente alla preghiera, il cucciolo deve trovare un nuovo compagno. Detto, fatto: si tratta di Kuni, il figlio adottivo di Susano, l’eroe che 9 mesi prima combattè Orochi a fianco di Amaterasu. I due ben presto diventeranno una coppia affiatata, e apprenderanno da Sakuya, la fata dei fiori, che il male è tornato con tutta la sua potenza. Dovranno lasciare il villaggio Kamiki, già noto a chi ha giocato Okami, e viaggiare per il Giappone per liberarlo dall’oscurità e dal male, facendo rifiorire la terra, risvegliando la natura e combattendo mostri e demoni.

Analizzando il gameplay di Okamiden, ci si rende conto di come per fortuna esso non sia affatto stato travolto rispetto a quello di Okami: fondamentalmente si tratta di un’avventura dagli schemi molto simili a quelli visti nei giochi della serie Zelda, con una forte componente esplorativa intervallata da combattimenti con creature malvagie assortite e la risoluzione di alcuni dungeon, ovvero luoghi oscuri pieni di nemici e di enigmi, e controllati da un boss. Chibiterasu e Kuni, sul loro cammino, si troveranno di fronte lande desolate e oppresse dall’oscurità dilagante; poiché il cucciolo è una divinità legata alla natura e agli animali, dovrà far rifiorire i ciliegi sacri, che danno vita alla terra, ed essi restituiranno colori, vigore e splendore al paesaggio. Una volta ripulito un territorio potremo svolgere innumerevoli subquest, esplorare ogni angolo e procedere con l’avventura. Entrando in contatto con un nemico, partirà un combattimento che si svolgerà in una sorta di arena improvvisata, e Chibiterasu potrà avvalersi dell’arma che porta sulla schiena per colpire il nemico, mentre Kuni potrà scendere dalla groppa del lupetto per dare una mano con la sua spada. Sconfiggendo nemici potremo guadagnare tanti bei soldini, sottoforma di yen (che vi aspettavate?), da spendere per comprare oggetti utili e armi dai negozianti sparsi per il territorio. Impossibile non parlare dello strumento divino che accompagnerà il duo per tutta l’avventura: Chibi potrà infatti usare il pennello celestiale, lo stesso che usava sua madre.

Esso potrà essere usato in tantissimi modi diversi: premendo uno dei tasti dorsali, il gioco verrà congelato, e tutto ciò che è visualizzato nello schermo superiore verrà immediatamente trasportato in quello inferiore; a questo punto potremo sbizzarrirci a usare tutte le tecniche che impareremo lungo l’avventura col nostro fedele stilo. Procedendo, infatti, avremo modo di incontrare delle divinità minori nascoste nelle costellazioni (da notare che mentre in Okami, per risvegliarle, si dovevano toccare col pennello le stelle che componevano la loro costellazione, adesso bisognerà usare lo stilo per disegnare la loro sagoma nella sua interezza), e risvegliandole, queste ci doneranno nuove abilità legate al pennello. Esso può essere usato per modificare il paesaggio: per esempio disegnando un cerchio intorno agli alberi secchi potremo farli rifiorire, oppure tracciando con lo stilo una linea retta e orizzontale potremo tagliare in due rocce e altri oggetti; potremo anche disegnare un particolare simbolo per creare raffiche di vento, o disegnare un cerchio dotato di miccia per far apparire una bomba. Ci sono tutte le tecniche che abbiamo imparato in Okami, e molte di esse potranno anche essere usate in battaglia: tracciando una linea orizzontale su un nemico, infatti, potremo colpirlo a morte.

Gli usi del pennello sono innumerevoli e sempre spassosi, e ad esso è legato indissolubilmente anche lo stilo del DS. Dovremo solo stare attenti all’inchiostro a nostra disposizione, poiché esso non è infinito e nel caso si esaurisse dovremmo cercare di procurarcene ancora. Come in Okami, potremo anche veder crescere il nostro divino animale: facendo rifiorire la terra e rinascere i fiori, o anche svolgendo qualche missione secondaria, riceveremo le preghiere di chi o cosa abbiamo aiutato, ed esse accumulandosi andranno ad aumentare l’energia vitale o le boccette di inchiostro disponibili. Parlando di armi, invece, chi ha giocato Okami ricorderà che se ne potevano equipaggiare ben due, che combinate avevano effetti sempre diversi. Sempre in Okami ne erano disponibili un gran numero; in Okamiden, invece, per forza di cose il gameplay relativo alle armi è stato piuttosto semplificato e Chibi potrà equipaggiarne una sola per volta; anche il ventaglio di armi disponibili nel gioco si è assottigliato. Una conseguenza inevitabile dell’hardware DS, non certo potente come quello di una PS2 o di un Wii.

Tornando a parlare della nostra avventura, da rimarcare anche che buona parte dei paesaggi che si vedono in Okamiden sono già noti a tutti coloro che hanno già giocato Okami: il villaggio Kamiki, le pianure di Shinshuu, la foresta di Agatha e molti altri posti vengono qui riproposti e ripercorsi dal nuovo duo. Una scelta che in effetti limita un poco la possibilità di presentare un gioco totalmente nuovo, ma dopotutto correre ancora per posti a noi familiari è piacevole, e considerando che non sono in molti ad aver giocato il capolavoro del 2006, per quasi tutti si tratterà di luoghi nuovi ed inesplorati. Vale la pena spendere due parole anche per il partner di Chibiterasu, Kuni: il bambino non si riduce a fare la comparsa, e la sua storia sarà molto importante nel gioco. Inoltre, non sarà l’unico a salire in groppa al cucciolo: c’è più di un protagonista all’orizzonte, ma non vogliamo rivelarvi nulla che possa rovinarvi la sorpresa.

La giocabilità è davvero ottima, e i comandi davvero intuitivi. Il pennello riesce a dare più di una soddisfazione, e per fortuna è l’unica azione a dover essere comandata con lo stilo. Il resto delle azioni è assegnato ai classici tasti, con Chibiterasu che potrà correre e scorazzare grazie alla croce direzionale, che fortunatamente sostituisce degnamente uno stick analogico. La veste grafica riprende in pieno lo stile usato e tanto apprezzato di Okami, con colori vivaci e decisi che sembrano essere scaturiti da un pennello anche per il modo con cui sono distribuiti su schermo; la parte del padrone la fa il nero, che è particolarmente calcato sui contorni dei personaggi e dei paesaggi quasi come se il pennello che ha disegnato le scene fosse stato intinto troppo nella vernice e fosse stato passato con impulsività e decisione. Il risultato finale è la sensazione di giocare dentro un antico dipinto giapponese. La resa tridimensionale è ottima, e potremo muovecsi con una libertà raramente sperimentata su DS. Ovviamente il passaggio dalla PS2 (o dal Wii) al DS non poteva essere del tutto indolore, e lo si capisce con un’inevitabile sgranatura delle texture (visibile soprattutto quando ci si avvicina ad esse), con l’assenza di alcuni particolari paesaggistici, con la presenza di alcuni elementi bidimensionali qua e là, col design poco vario di alcuni personaggi secondari e dei nemici (fanno eccezione i boss) e soprattutto con la necessità della console di caricare (ma si tratta comunque di tempi di caricamento brevissimi) le varie porzioni di una stessa zona, con la conseguenza che passando per esempio da un lato all’altro dello stesso villaggio o della stessa pianura dovremo passare attraverso delle zone di luce azzurra e attendere una manciata di attimi.

Il vero tallone d’Achille è però la presenza di frequenti rallentamenti, a dir poco fastidiosi: presumibilmente l’hardware della console è messo a dura prova dalla massiccia presenza di poligoni e textures, e la presenza su schermo di un paio di nemici o di qualche elemento complesso basta a creare difficoltà. La telecamera, infine, non può essere mossa a piacimento, ma resta alle spalle dei protagonisti: fortunatamente, i momenti in cui essa non si comporta bene sono pochi. Dal punto di vista sonoro, le musiche usate sono tutte molto suggestive ed evocative, alcune commoventi, altre avventurose, altre ancora epiche; rendono tutte a meraviglia, soprattutto in cuffia, ed alcune di loro sono prese direttamente da Okami; almeno da questo punto di vista, Okamiden non ha perso nulla rispetto al predecessore. Fortunatamente si è scelto ancora una volta di far parlare i personaggi con strani versetti anziché di doppiarli, ma l’effetto è consono allo stile del gioco.

Uno dei motivi che aveva relegato Okami a essere un gioco di nicchia, soprattutto qui in Italia, era la mancata traduzione nella nostra lingua; un fatto inspiegabile, soprattutto considerando la caratura del titolo in questione. Ebbene, incredibilmente questa scelta è stata fatta anche per Okamiden, e ci troviamo fra le mani uno dei pochi titoli per questa console sprovvisto della lingua del bel paese. L’ennesima scelta inspiegabile, e una grande occasione persa per far conoscere alla massa questo bel gioco. Un vero e proprio suicidio commerciale, visto che oramai il 99% dei videogiochi viene regolarmente tradotto. Forse è stata una scelta voluta per mantenere intatto il legame con Okami, o forse semplicemente è noncuranza. Fatto sta che il gioco è in inglese. Per fortuna, contrariamente all’inglese usato nel predecessore, infarcito di termini arcaici e piuttosto difficile, stavolta si tratta di un inglese più semplice ma che non ha comunque perso la sua vena poetica. Chi possiede i rudimenti della lingua non dovrebbe avere troppi problemi, ma non traducendo il gioco in italiano si è tagliata fuori una grossa fetta di utenza, rappresentata dai più piccoli, che potrebbero sentirsi scoraggiati all’idea di dover leggere cose che non capiscono. Parlando invece di longevità, questo titolo si attesta su livelli parecchio alti, avvicinandosi a Okami stesso: le cose da fare sono molte, sia per quanto riguarda la storia principale che le missioni secondarie, così come sono ampi i territori da esplorare in ogni angolo, magari ritornandovi più volte provvisti di nuove abilità che ci permettano di scoprire alcuni ulteriori segreti.

Okamiden vi terrà incollati al DS per un bel po’, grazie ad una trama coinvolgentee ad un modo di giocare intelligente ereditato in buona parte dall’originale. Ci troviamo davanti a una discreta avventura, la quale, pur con i suoi difetti e soprattutto i suoi rallentamenti, riesce comunque a mantenere intatto lo spirito dell’avventura di Amaterasu nonostante il gameplay ne esca semplificato e mostri il fianco a parecchie limitazioni dovuta all’hardware del piccolo Nintendo DS. Un gioco da avere per tutti gli amanti del gioco originale che ha come sua più grande pecca quella di non essere stato tradotto in italiano, tagliando fuori tutti quelli che non conoscono abbastanza bene la lingua. Se non rientraste in questa categoria dovreste dare una chance a Chibiterasu e Kuni: difficilmente ne resterete delusi.



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