Shadow Warrior 3 – Recensione

Gli FPS tornano alla vecchia scuola

Gli FPS oggi sono spesso sinonimo di multigiocatore online, ma alle origini non era affatto così. Titoli come DOOM e Wolfenstein li conosciamo tutti anche grazie ai nuovi capitoli, ma esisteva anche il mitico Duke Nukem 3D e, sempre di 3D Realms il meno famoso Shadow Warrior (da non confondersi con Shadow Warriors che invece era un picchiaduro, oltre che primo capitolo di Ninja Gaiden). Il gioco ha avuto nel 2013 una sorta di remake e poi un sequel che ci hanno portato all’attuale Shadow Warrior 3. Sviluppato anche stavolta da Flying Wild Hog e prodotto Devolver Digitals, la nuova avventura di Lo Wang tiene fede allo spirito originale e abbraccia alcune dinamiche molto care a chi negli anni 90 si divertiva con questo nuovo genere chiamato sparatutto in prima persona. Vediamo quindi cosa ci propone e se è ancora il tempo di sparare senza pensare troppo.

Simpatica follia

La storia inizia subito dopo la fine del secondo capitolo, con un Drago gigantesco che rischia di mangiarsi il mondo, il protagonista Lo Wang disperato e in mutande che non sa come fermarlo e il vecchio antagonista Zilla che vuole dare una mano per fermare la catastrofe. Già il livello tutorial che ci spiega come agire viene gestito in modo intrigante, rendendolo di fatto un racconto del primo tentativo di Lo Wang di fermare il dragone, facendoci fare avanti e indietro tra cut scene e sezioni giocabili. Qui, anche chi non ha giocato i capitoli precedenti, intuisce il tono scanzonato e scemo della produzione, con il protagonista che ricorda moltissimo il Deadpool cinematografico in quanto a battutacce e citazioni pop mentre combatte o si interfaccia con i personaggi che lo accompagnano in questa avventura. Il gioco è tutto in inglese, sottotitoli compresi, e qualche battuta può effettivamente sfuggire per via di giochi di parole non proprio alla portata di tutti, ma si respira comunque un’atmosfera brillante che rende la progressione sempre piacevole e divertente, in cerca della prossima presa in giro, oltre che del successivo combattimento. Più che la storia sono questi gli ingredienti che tengono insieme l’esperienza e la rendono davvero piacevole da affrontare.

C’erano una volta gli FPS

Dopo un secondo episodio che cercava di aggiornare il gameplay ad alcuni canoni moderni, Shadow Warrior 3 fa retromarcia su quasi tutto e torna alla classicità del primo episodio, con livello estremamente lineari inframmezzati da aree di scontro in cui si prosegue solo dopo aver fatto fuori tutti i cattivi. A questo si unisce un sistema di crescita basato su due tipi di sfere da recuperare, una relativa ai poteri di Wang, l’altra per migliorare le armi a disposizione. Questa semplicità si rispecchia anche nel sistema di gioco, seppure sulle prime, possa sembrare eccessivamente confusionario. Intanto Lo Wang possiede una katana con cui colpire corpo a corpo i nemici, ma ben presto inizierà ad usare anche armi da fuoco. È interessante notare che il dorsale sinistro esegue uno scatto, sostituendo la mira di precisione che qui non esiste proprio, così come non esiste nei recenti DOOM e così come non esisteva negli FPS di molti anni fa. Abbiamo dunque energie che si recuperano ottenendo oggetti speciali dai nemici fatti fuori, unite ad altre che incrementano la barra della finisher: questo è un colpo fatale inferto ad un avversario che ci offre un bonus diverso in base alla tipologia di nemico fatto fuori. Se per esempio eliminiamo il nemico di più basso rango, raddoppieremo la barra della salute; eliminare un nemico che spara ghiaccio da lontano ci offre una granata che congela una vasta area, far fuori degli avversari che si muovono sottoterra attraverso delle trivelle, ce ne offre una “in prestito” e ci permette di usarla per far danni per un breve periodo di tempo.

L’idea di farci usare armi dei nemici mette una pezza sulla scelta di proporre un inventario composto solo da sei armi in totale, katana esclusa. Avanzando di livello in livello, avremo una pistola, uno shotgun, due mitragliette contemporaneamente, un lancia granate, una sorta di rail gun e infine un lancia shuriken che più che altro sembra sparare grosse lame circolari. Il potenziamento passa per sfere abilità da collezionare nei livelli, ma potremo recuperarne un bel po’ anche completando speciali sfide che ci chiedono di far fuori 50 nemici in corpo a corpo, piuttosto che colpire a bruciapelo un certo numero di nemici con lo shotgun. Tutte sfide extra che chiamano in causa ogni arma e ci permettono di capire quali funzionano meglio contro specifici nemici. Tutto questo diverte perché alle battaglie si uniscono un rampino utile per le fasi più platform ma interessante anche per lanciarsi verso alcuni nemici o per fuggire da situazioni complesse, barili esplosivi di nature elementali diverse e, in alcune aree, anche trappole mortali da attivare per sfoltire il gruppo di attaccanti. Il problema più grosso di questo bizzarro e colorato circo è che il gioco ha una durata piuttosto limitata che ci ha permesso di terminare l’avventura in circa 5 ore a difficoltà media, la seconda su tre. I livelli infatti si macinano in fretta anche grazie alla velocità del protagonista nel muoversi, nell’arrampicarsi e in generale nell’affrontare gli eventi a testa bassa, senza grandi pensieri. Un approccio che ci porta ad affrontare il gioco con questo spirito ma che, allo stesso tempo, ci fa proseguire molto speditamente.

Veloce ed esplosivo

La terza avventura di Lo Wang è molto bella da vedere, specie se la affrontate su una console next-gen come abbiamo fatto noi, o comunque su un PC performante. Pur basandosi su livelli “chiusi”, sono diversi i momenti in cui ci si ferma per gustarsi il panorama che unisce la natura con le arti mistiche orientali. Il meglio ovviamente si ottiene mentre si corre attraverso i livelli e si combatte. Talvolta, giocando con il controller, l’aggancio dei nemici si dimostra un po’ troppo rigido, e passare da un nemico all’altro appare più lento di quanto si vorrebbe, ma basta smanettare un po’ tra le opzioni per rendere tutto più fluido. La componente tecnica fa quindi un ottimo lavoro, perdendo qualche colpo solo quando fa apparire con un po’ di ritardo alcuni piccoli elementi dello scenario. Anche la parte audio si comporta bene, con delle buone musiche che accompagnano l’azione e soprattutto con un doppiaggio divertente e divertito. Ricordiamo che il gioco è unicamente single player quindi non ci sono modalità multigiocatore.

Commento finale

Shadow Warrior 3 non è certo un gioco con budget tripla A, ma il risultato finale, in termini di divertimento puro, è davvero notevole, così come la parte tecnica che si dimostra bella da vedere, spassosa da ascoltare e fluida da giocare. Dopo le lamentele sul secondo episodio, torna alle origini, è vero, ma non me la sento di dire che “gioca sul sicuro”: proporre un tipo di gameplay che andava forte oltre vent’anni fa è una scommessa importante, che probabilmente taglia fuori il pubblico più generalista. Però Shadow Warrior 3 non nasce per far contento questo pubblico, ma per noi appassionati che ci siamo innamorati di Duke Nukem 3D e di DOOM 2. Se non siete così “stagionati” ma avete comunque la mente aperta, giocando con questa nuova uscita potrete scoprire un modo di fare FPS più semplice ma ancora oggi spassoso e spensierato, oltre che ultra violento.

Pro
  • – Velocissimo e spassoso
  • – Scontri ben realizzati e arene curate
  • – Armi e finisher diversificano l’azione
  • – Bello da vedere
  • – Simpatico e scemo al punto giusto
Contro
  • – 5 ore a “medio” sono pochine
  • – 45 euro non sono pochi all’uscita
  • – Completamente in inglese

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