Iron Fist (Netflix): la prima stagione-Recensione

Il giovane drago tentenna e non colpisce

Serie del 2017 ideata da Scott Buck e basata sul personaggio creato da Roy Thomas, e Gil Kane, Iron Fist è la quarta serie prodotta da Netflix e, come le sue “sorelle”, è in continuity non solo con queste ultime, ma anche con il grande affresco dell’universo Marvel cinematografico. Come molti personaggi prima di lui, Iron Fist era stato opzionato più volte per un film, ma non se ne era mai fatto niente, e questa è la prima apparizione Live Action dell’uomo col pugno d’acciaio. Come è costume con queste serie prodotte da Netflix, tutti gli episodi sono stati rilasciati nello stesso giorno.

Dopo la morte dei suoi genitori in un incidente aereo, il giovane miliardario Daniel “Danny” Rand (Finn Jones), viene salvato da un gruppo di monaci che vegliano sulla mistica città di K’un L’un, che appare nel nostro mondo una volta ogni 15 anni. Danny verrà così addestrato nell’arte del Kung-Fu, riuscendo così a diventare l’arma immortale della città, dotata del potere di canalizzare il suo “chi”, o forza vitale nel suo pugno, trasformandolo in un qualcosa potente come l’acciaio. Dopo essere tornato nel nostro mondo per dimostrare di essere Danny Rand, e non solo il mistico Pugno d’acciaio, Danny cercherà di riprendere il suo posto nell’azienda di famiglia, gestita nel frattempo dai suoi compagni d’infanzia Ward (Tom Phelprey) e Joy (Jessica Stroup) Meachum, che hanno ereditato il loro posto dal padre Harold (David Wenham). Catapultato in un mondo che non conosce, e con l’ombra dei nemici di K’un L’un sempre su di lui, Danny troverà amici ed alleati nell’artista marziale Coleen Wing (Jessica Henwick), nell’infermiera Claire Temple (Rosario Dawson) e nell’avvocatessa Jeryn Hogarth (Carrie-Ann Moss). Riuscirà Danny a trovare il suo destino, e a dividersi fra i due mondi di cui fa parte?

Fra i lati postivi della serie, possiamo trovare il fatto che Iron Fist, è una serie sicuramente più complessa e sfaccettata di quelle che l’hanno preceduta. Il personaggio di Danny Rand cresce in molteplici direzioni: vediamo il suo progressivo cambiamento evitando però di perdere il suo centro, cosa abbastanza rara nel panorama odierno. La serie si avvale anche di numerosi personaggi, e il budget per le location, pur essendo sempre piuttosto minimale, è visibilmente aumentato (grazie anche ad una buona dose di product placement), migliorando sicuramente l’impatto visivo della serie.
Alcuni topoi del genere sono rivoltati alla perfezione e lasciano a bocca aperta grazie all’intelligenza con cui vengono risolti. Allo stesso modo alcune citazioni alla cultura pop, sono tutto sommato divertenti. 
Se invece dovessimo guardare cosa non c’è di buono allora non possiamo non dire che Finn Jones, prova, e si vede, a darci un buon protagonista, ma purtroppo fallisce nell’impresa. E, per carità, gran parte della colpa è nel materiale che gli viene dato, che ci mostra un Danny Rand che risulta insopportabile mente prova a spiegare a chiunque come vivere, anche in aspetti del mondo che non conosce, e che nonostante tutto viene amato dal grande pubblico per questo. Un protagonista che è così figura messianica non l’avevamo neanche visto nei film di Superman. Ma il fondo del fondo è la performance di Tom Phelprey, che riesce a dare l’interpretazione più piatta del mondo, anche nelle scene che dovrebbero essere drammatiche.

La serie prova poi a gestire moltissime sottotrame ma lo fa molto male. Questo è un gran peccato perchè sfruttando per bene tutto il materiale che lancia nel mucchio, di serie se ne potevano fare almeno tre.
I personaggi femminili nuovi partono fortissimo, ma poi cadono in un barile di stereotipi così profondo che ne usciranno quando saremo in grado di clonare i dinosauri.
Le coreografie delle scene di botte, che dovrebbero essere le fondamenta di una serie così, sono piatte, senza ispirazione e senza la minima percezione dell’impatto che dovrebbe avere la scena. 
E’ probabile, che per il tipo di serie che Netflix produce, una storia così bizzarra e poco “urbana” come Iron Fist fosse problematica da adattare alla lettera, e quindi va perdonata la mancanza scenica della mistica città di K’un L’un dove vivono i draghi, perchè onestamente ci sta. La serie comunque allude alla presenza di questi mitologici rettili in un modo che mi ha lasciato a bocca aperta, quindi va bene così. Non mi va molto bene invece l’attutire il dramma della vicenda della morte dei genitori di Danny. Quello che però putroppo colpisce di questa serie, è la sua totale mancanza d’impatto.

Tutti i vari problemi incontrati da Danny si risolvono in pochissimo tempo, per dar vita ad altri problemi che vengono a loro volta cestinati, quando avrebbero potuto darà così tanto di più. L’idea che Danny abbia perso 15 anni di vita nel mondo moderno, viene messa in risalto solo dal suo avere un Ipod di prima generazione, quando si poteva giocare molto di più sul suo essere “un pesce fuor d’acqua”, che è poi la base delle storie del personaggio. Tutto questo, oltretutto, con un protagonista per cui è quasi impossibile fare il tifo visto il numero infinito di lamentele e spiegoni che fa a chiunque incontri, anche gente che lo spiegone non se lo meriterebbe. E se da un lato è apprezzabile il voler un po’ cambiare la classica formula dei telefilm Netflix dove tutto è più o meno chiaro, e inserire colpi di scena o cliffhanger, dall’altro bisogna anche essere in grado di farlo. Ad un certo punto, il telefilm fa una rivelazione che però non può essere tale visto che il personaggio di cui si parla era già stato introdotto in un altra serie, ed è abbastanza inconfondibile. Che i cattivi siano tutto sommato dimenticabili, è uno stabile della Marvel, e quindi purtroppo ci si passa sopra, anche se comunque i Meachum hanno una curva di crescita opposta, e tutto sommato interessante. Nota di puro amore per il doppiaggio italiano, con un grande grazie ad Andrea Mete per aver reso Ward Meachum ascoltabile.

E, assieme ad un protagonista dimenticabile e saccente, a dei cattivi tutto sommato dimenticabili, l’assenza delle parti più succose delle origini (sul costume credo di averci messo una pietra sopra), il più grande problema di Iron Fist, è la sua spaventosa incoerenza con il suo stesso universo. A partire della possibilità di usare il mistico potere dell’Iron Fist, alle rivelazioni che abbiamo nei vari episodi che ci rivelano come un sacco di punti della trama della prima metà della stagione siano essenzialmente inutili, un modo come un altro per riempire il tempo. Iron Fist prova ad essere tre serie, un dramma aziendale, uno show di arti marziali  e un fumetto di supereroi, e riesce a malapena nel secondo (contate tutte le volte non vi accorgete che è uno stuntman a picchiarsi, e noterete come la vostra gratitudine per l’India e la sua invenzione del numero Zero aumenterà). Se negli Show precedenti sembrava che la serie potesse finire tranquillamente all’episodio 7, Iron Fist poteva finire al 3, al 7, e al 12, con un epilogo di un ridicolo raro. Personalmente, non vedo questo show come “il primo fallimento di Netflix”, perchè non è che la prima stagione di Daredevil fosse tutto sto capolavoro, ma Iron Fist prende proprio da quella serie tutto il suo peggio, e annulla tutti i passi avanti fatti con la seconda stagione, e con le sue serie “sorelle”. Una prova di pura e semplice banalità, che riporta il genere indietro di almeno 20 anni.

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