Avatar: La Via dell’Acqua – Recensione

C’era chi aveva perso la speranza di vedere un seguito alla prima avventura su Pandora ideata da James Cameron e chi continuava a crederci. Di news frammentarie sul suo sviluppo ne arrivavano parecchie, ma il prodotto finito sembrava sempre più lontano. Inoltre, in molti pensavano che ormai fosse impossibile proporre oggi quello stile di cinema, dove lo spettatore è abituato ad essere sbalordito. Ora però, Avatar: La Via dell’Acqua approda nei cinema di tutto il mondo. Con un budget complessivo di oltre 350 milioni di dollari ha l’obiettivo di posizionarsi tra i film con i più alti incassi della storia per tornare in pari.

Ci teniamo a ribadirlo fin da queste prime righe: vedere un nuovo capitolo dell’universo creato da James Cameron al cinema fa un certo effetto. Specie perché ha soddisfatto le più rosee aspettative e, soprattutto, è riuscita a confermare il valore di una produzione spettacolarmente fedele a sé stessa e alle sue origini.

Sembra essere passata un’era dall’uscita del primo Avatar del 2009 (e per certi versi è proprio così), ma man mentre le scene si alternavano sul maxi schermo siamo stati avvolti dal calore tipico di un’esperienza estremamente riconoscibile e qualitativamente di spessore. Tanto da farci dimenticare i 12 anni di distanza tra i due capitoli e sorprenderci, senza mai lasciare quella fastidiosa sensazione di già visto.

Una storia già vista

La storia di Avatar: La Via dell’Acqua riprende esattamente dal termine del suo capostipite. Il popolo Na’vi si è liberato dal giogo degli opprimenti “demoni del cielo” (ovvero gli umani) grazie al protagonista Jake Sully. Jake si è quindi unito alle tribù indigene nel suo nuovo corpo alieno e ormai è considerato un vero e proprio leader tra le tribù.

Il nostro si crea una propria famiglia con Neytiri e, insieme ai figli, inizia una vera e proprio seconda vita su Pandora. Le usanze e i costumi fanno riferimento alla spiritualità delle religioni più antiche, incantando lo spettatore con una facilità disarmante.

Questi momenti idilliaci saranno interrotti da un ritorno ancora più aggressivo degli umani. Tra mezzi corazzati e armamenti che portano alla mente tristi invasioni, la prerogativa terrestre si basa sulla conquista per ottenere le risorse naturali presenti sul pianeta.

La Natura di Pandora

Quella di Avatar: La Via dell’Acqua non è una trama che brilla certo per originalità. Come per il suo predecessore si segue però con interesse, avendo un filo logico e senza rischiare di strafare. Una chiara scelta che offre alle nuove ambientazioni un respiro adeguato, utile per mostrarci un binomio flora-fauna estremamente variegato e approfondito. Questo aspetto genera una certa estasi durante i numerosi momenti dedicati proprio alle nuove terre di Pandora.

In oltre 3 ore non poteva mancare lo spazio per le creature e la vegetazione, costantemente connessi anche in Avatar: La Via dell’Acqua. In più frangenti abbiamo avuto la piacevole sensazione di assistere a un documentario fantascientifico, proprio considerando la maniacale cura per i dettagli.  Il tutto che culmina nella “solita” spettacolare battaglia finale: lunghissima, ricca di pathos e situazioni parallele pronte ad alternarsi con maestria su schermo per mantenere altissimo il tasso di adrenalina.

Personaggi da approfondire

La linearità della trama non costituisce un punto debole, ma per la caratterizzazione di alcuni suoi personaggi ci aspettavamo comunque un qualcosa in più. Consapevoli della priorità data ai paesaggi di Pandora, non potevamo sperare in complesse relazioni tra i personaggi, però in alcuni frangenti avremmo preferito un maggior approfondimento.

Tralasciando i dialoghi tra i giovani della famiglia di Jake Sully riflessi in uno slang a tratti eccessivamente marcato come nei peggiori ghetti di periferia, il difficile rapporto padre-figlio viene proposto con un’altra coppia di personaggi, senza però riuscire a risultare abbastanza coerente con le azioni su schermo. Ottima invece la piccola rivoluzione che investe il personaggio di Kiri, figlia adottiva misteriosamente nata dall’Avatar della defunta dottoressa Grace Augustine. Su di lei abbiamo grandi aspettative per l’eventuale terzo capitolo.

Le nuove tecnologie di Avatar: La via dell’Acqua

Infine dobbiamo elogiare le sequenze d’azione di Avatar: La Via dell’Acqua. Parliamo di scene dall’alto tatto di spettacolarità, violente sotto molteplici sfaccettature e ricche di dettagli, considerabili di poco conto solo a un occhio disattento. In questi momenti la maggiore risoluzione a 48 fps (ottenuta con la tecnologia high frame rate) esplode e si manifesta in tutto il suo splendore, soprattutto al cinema, con un ottimo comparto audio e un 3D per nulla fastidioso da gestire.

Ovviamente si tratta di elementi che rimarcano il grandissimo lavoro tecnico che è stato fatto sul film. Finalmente approfondiamo un territorio fondamentale diverso dalle rigogliose foreste del primo film, lasciando spazio alle peculiarità marine delle tribù dei Metkayina e le sue numerose sfaccettature. Senza dimenticare le sequenze subacquee che catturano totalmente, sinonimo di un lavoro unico nel suo genere durante le fasi della motion capture.

In conclusione

Avatar: La via dell’acqua è un film che abbiamo apprezzato (quasi) tanto quanto il suo predecessore. È un maestoso passo avanti della tecnica per tutto ciò che riguarda ambientazioni, scene e creature. Una scarsa caratterizzazione dei personaggi rimane invece come una macchia indelebile su un bellissimo tessuto.

Ovviamente un’opera del genere deve essere vista al cinema o con un impianto all’altezza, e non potevamo che sperare in un lavoro così convincente a così tanti anni di distanza dal suo capostipite. Un lasso di tempo che ha enfatizzato in positivo l’effetto nostalgia. D’altro canto, considerando un eventuale terzo capitolo più ravvicinato, potrebbe volerci qualche sforzo narrativo ulteriore per convincere adeguatamente gli appassionati. Per il momento, però, siamo contentissimi così.

Qui il sito ufficiale del film, dove potete acquistare i biglietti

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