Peaky Blinders – Recensione

Se esiste una serie che sul catalogo di Netflix è stata per diversi anni una delle più apprezzate e seguite per quanto concerne il genere gangster, quella è Peaky Blinders. L’epopea che narra della crescita della carriera criminale di Thomas Shelby e di tutti i suoi familiari fino alla creazione di un vero e proprio impero, spesso sul confine tra legalità e illegalità, vede a metà del 2022 la distribuzione della tanto attesa sesta stagione. A causa delle varie problematiche per la gestione della produzione sotto questi difficili anni, non nascondiamo di aver approcciato i nuovi episodi con una certa paura sulla qualità generale, ma vi anticipiamo che alla fine siamo rimasti abbastanza soddisfatti. Abbiamo quindi colto l’occasione per fare un’analisi generale dell’intera serie, con qualche lieve spoiler sparso, tracciando il percorso di una serie che – al netto di alcuni risultati altalenanti con il passare delle stagioni – nel suo insieme dovrebbe essere un must per gli appassionati.

In Peaky Blinders ognuna delle sei stagioni è un ingrediente che ben si amalgama per formare un cocktail dal carattere deciso

Dalle scommesse al parlamento

Peaky Blinders è, come anticipato, una serie centrale nel catalogo di Netflix della durata di 6 stagioni prodotte e distribuite dal 2013 e fino al 2022, dove ciascuna è a sua volta composta da episodi della durata media di 50 minuti o poco più; un formato corposo, strategicamente selezionato per dare ampio respiro alla nascita e alla risoluzione delle molteplici sotto trame legate a svariati personaggi della serie, nella maggior parte dei casi coerentemente amalgamati all’unico e vero protagonista, ovvero il capo famiglia dei Peaky Blinders Thomas Shelby. Dal punto di vista della pura narrazione, ci ritroviamo nell’Inghilterra del Primo dopoguerra per seguire la crescita della banda criminale con sede a Birmingham e che cresce grazie alla famiglia degli Shelby. Dalle chiare origini zingare rimarcate fin dalle prime puntate, passando dalle strategie violente utilizzate dalla banda per conquistare sempre più fama e potere, fino alla creazione di una compagnia con esportazioni oltre alla Gran Bretagna che oscilla tra le attività legali e quelle meno, confrontandosi e scontrandosi con una società ramificata e sempre più elitaria. Dalle semplici lotte e sparatorie in strada e fino agli intrighi politici che coinvolgono senatori e nobili di altri paesi, realtà storica e finizione si mescolano in un cocktail credibile e piacevole da vedere, con un ritmo degli eventi che difficilmente ti permette di distogliere l’attenzione dallo schermo.

Quando parliamo di Peaky Blinders parliamo ovviamente di una serie violenta, dove nonostante l’evidente taglio registico improntato per fare il tifo per la famiglia Shelby e alleati ci ritroviamo in tutto e per tutto davanti a dei criminali, un vero e proprio esempio di antieroi che vede nella figura di Thomas Shelby protagonista assoluto della serie come giudice, giuria e boia per un’ambizione che non conosce limiti. Un percorso, durante le varie stagioni, che mette in luce le capacità interpretative dell’attore Cillian Murphy nel mostrare le varie sfaccettature psicologie di un ex soldato estremamente legato al concetto di famiglia come nucleo che unisce e dà forza ai singoli. Un vero e proprio stratega che tutti ammirano e tutti temono, fermamente convinto delle sue regole e dei suoi metodi per raggiungere il potere, pronto ad alternare calma e saggezza alla follia del cavallo selvaggio che non vuole essere catturato.

Non mancano ovviamente i momenti frenetici causati da qualche faida, e tra clan di zingari rivali, famiglie appartenenti alla mafia italiana (di origine siciliana, per l’esattezza), organizzazioni segrete e politici pronti a far scoppiare casi a livello internazionale, il livello di pericolo e tensione che coinvolgerà Thomas, i suoi fratelli Arthur e John, così come altri fidati compagni sarà un continuo crescendo emotivo. Se dovessimo esprimere un parere sulla qualità effettiva delle varie stagioni, però, dopo una visione consecutiva e completa delle varie peripezie, un po’ di rammarico c’è. Nello specifico le prime stagioni rappresentano, per varietà di situazioni e la capacità di creare momenti spensierati ad altri profondi o frenetici, il punto più alto di tutto Peaky Blinders. Dopo il climax di violenza e sotterfugi della quarta stagione, però, con le ultime due abbiamo trovato un taglio registico maggiormente incentrato sulla psiche del protagonista che, da un lato, ci soddisfa, ma dall’altro non ci ha trasmesso la stessa epicità delle prime vicende raccontate.

Per ordine dei Peaky Blinders

Se nella figura di Thomas Shelby troviamo il punto più alto per carisma e stratificazione psicologica di tutto Peaky Blinders, in realtà dobbiamo allargare gli elogi a un cast di personaggi tanto variegato quanto piacevole da seguire su schermo, pregio che aggiunge una spiccata imprevedibilità alle vicende. Arthur, ad esempio, il fratello maggiore degli Shelby, è un violento che cede ai richiami di alcol e droga con disinvoltura, ma che con l’amore di una donna cattolica cerca di cambiare, tra difficoltà e continui peccati, perché le richieste della famiglia sono sempre al primo posto. Polly, la zia della famiglia, ha gestito gli introiti derivanti dalle scommesse illegali durante la Grande Guerra che aveva chiamato – e poi segnato psicologicamente – i fratelli in trincea, diventato un punto riferimento per ogni strategia, ma che si lascia andare a una travolgente passione quando si tratta di raggiungere alcuni scopi personali. Come non menzionare poi il capo di una banda di origine ebraica a Camden Town Alfie Solomons; incredibilmente interpretato da Tom Hardy e che riconferma il feeling con Cillian Murphy per i rispetti ruoli durante dialoghi e scambi di battute di prim’ordine. L’elenco potrebbe seguire elenchi continui di personaggi che ben si amalgamano ed evolvono stagione dopo stagione, con una linea tra bene e male sempre più sottile, dove si fatica a distinguere alleati e nemici, soprattutto con l’approdo in politica di Thomas nelle ultime stagioni, che lo vedono coinvolto con le prime diffusioni del nazionalismo e le sirene del nazismo che incombono in tutto il continente.

Soffermandoci su qualche considerazione più specifica della stagione 6 di recente terminata, molte erano le sensazioni legate a un’eventuale fine definitiva dell’epopea dei Peky Blinders, ma al netto di un epilogo tutt’altro che scontato, la sensazione è quella di un ritorno nel prossimo futuro in grande stile, con un’ultima stagione o un film che renda giustizia non solo a Thomas Shelby, ma a tutti i vari comprimari in questa ultima occasione lasciati un po’ troppo in disparte. Ovviamente una menzione d’onore per tutte le stagioni non può non riguardare costumi e ambientazioni fedelmente riprodotti. Realmente esistiti, i Peaky Blinders sono stati una banda di Birmingham famosa tra fine Ottocento e inizio Novecento, e la loro breve traslazione a cavallo tra le due guerre, funziona senza troppi compromessi. Ultimo, ma non per importanza, vi consigliamo di vedere la serie nell’inglese originale per godere al meglio di ogni scambio di battute.

In conclusione

Peaky Blinders, con tutte le sue sei stagioni, è una serie imprescindibile per tutti gli amanti del genere di riferimento, capace di mescolare le varie azioni criminali di inizio Novecento con un pizzico di introspettiva psicologica e una velata critica alla società dell’epoca, il tutto adeguatamente romanzato per dar viva a vicende adrenaliniche e per nulla scontate. Violenza, amore, tradimento, intrigo, passione, ambizione, c’è un po’ di tutto nella serie nata da Steven Knight, anche se non tutte le stagioni hanno mantenuto lo stesso livello qualitativo. In attesa di capire se Thomas Shelby avrà ancora un futuro su Netflix, quello della sua famiglia, da Birmingham alla sede del Parlamento del Regno Unito, è un viaggio da vivere tutto d’un fiato.

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