World Trigger – Recensione

Un battle shonen diverso dalla concorrenza?

Nell’incredibile e vasto mondo di manga e anime il genere shonen ha da sempre avuto un ruolo preponderante, capace di racchiudere produzioni dall’incredibile successo commerciale che negli anni hanno segnato generazioni di appassionati. Dai pilastri come One Piece, Naruto e Dragon Ball, senza dimenticare Bleach o Death Note – giusto per menzionarne alcuni tra i più famosi – di incredibili avventure ne abbiamo vissute moltissime, lasciando anche spazio al “nuovo che avanza” come nel caso degli apprezzatissimi My Hero Academia, Jijutsu Kaisen e Demon Slayer. Nel mezzo di tutte queste produzioni così altisonanti, si muove in punta di piedi World Trigger, serie che negli ultimi anni è riuscita a conquistarci senza ottenere il giusto merito tra il grande pubblico. Abbiamo così deciso di approfondire l’opera appena menzionata, spiegando del perché possa essere tranquillamente paragonato ai vari mosti sacri del genere shonen.

World Trigger sorprende lo spettatore sia sul fronte quantitativo sia qualitativo

La guerra dei mondi

La storia alla base di World Trigger comincia da un presupposto piuttosto classico per il genere di riferimento, ma è invece nel suo sviluppo che trova sostanziali differenze dalla concorrenza e si eleva come vera e propria sorpresa. In un Giappone fittizio e moderno, dei portali provenienti da un’altra dimensione fanno da ponte per l’invasione di alcune creature denominate Neighbor, obbligando l’umanità a sfruttare la tecnologia del nemico per pensare a delle contromisure e rispondere nel modo più ottimale possibile ai repentini attacchi alieni. Queste contromisure fanno capo a un’agenzia di difesa denominata Border, specializzata nel contenimento delle invasioni dei Neighbor attraverso scontri chirurgici e concentrati per mietere il minor numero di vittime tra la popolazione.

In questo contesto dove la quotidianità cerca di farsi largo tra la sofferenza di un continuo stato di allerta per gli assalti nemici, facciamo la conoscenza del protagonista Soma. Un protagonista decisamente atipico per i battle shonen, perché al netto di un incredibile senso di giustizia si ritrova nel mezzo di un conflitto decisamene al di sopra delle sue normalissime capacità combattive. In World Trigger – fin dalle prime puntate – facciamo la conoscenza di comprimari, personaggi di contorno e nemici dalle incredibili abilità combattive mentre Soma sarà sempre obbligato a sfruttare arguzia e ingegno per sopperire a quei limiti fisici pronti a ridimensionarlo a ogni occasione.

Il primo elemento di World Trigger che attira l’attenzione dello spettatore riguarda la sua durata. Nello specifico, parliamo di 99 puntate suddivise in tre stagioni, delle quali la prima ne comprende oltre 70, attraverso una trasposizione che riprende quasi in scala 1:1 le stesse esperienze vissute nel rispettivo cartaceo. Solitamente ciò non avviene, e la scelta di trasportare ogni racconto con precisione ha permesso nell’anime di dar ampio respiro e importanza agli avvenimenti, ai personaggi secondari (numerosi e ben caratterizzati sotto il profilo bellico) e dare un focus incredibile agli scontri, che andremo ad approfondire nel prossimo paragrafo. Il rovescio della medaglia rimane un proseguo delle avventure di Osamu e compagni al momento in attesa, interrotto proprio all’apice del suo climax narrativo. Sono stati trasposti in episodi infatti 24 dei 25 volumi disponibili e ciò vorrà dire che per vedere nuove stagioni bisognerà attendere, con un’opera apprezzata e conosciuta maggiormente in patria che nel Bel paese, nonostante le sue incredibili qualità.

Tra combattimento e tattica, benvenuto in Border

Elemento estremamente soddisfacente e peculiare dell’opera in esame sono i combattimenti, prerogativa dei battle shonen e che in World Trigger pescano a piene mani dai generi più famosi. Questo crea un mix estremamente soddisfacente di idee e si riflette in un risultato finale coinvolgente e mai noioso, capace di tenere incollato allo schermo lo spettatore con facilità sorprendente. Gli scontri occupano lo schermo per gran parte delle sue puntate, ma quasi in nessun caso riguardano duelli tra singoli combattenti, andando invece ad inquadrare scontri massicci e di gruppo tra più guerrieri dalle più disparate capacità combattive e analitiche. Ciò mescola strategia e colpi di scena con disinvoltura, premiando in più casi il lavoro di squadra rispetto all’incredibile abilità del singolo. Che si debba respingere una gigantesca invasione di truppe da un’altra dimensione – con tanto di stratificazione gerarchica tra truppe semplici e generali dai più diversificati poteri – o per alcuni tornei interni a Border utili per salire di grado dove più team competono nella stessa arena, lo spettatore avrà sempre idea di come vengono gestiti e localizzati i vari combattimenti. Una gestione multipla e parallela che ricorda lo stesso stile adoperato da One Piece, attraverso scenari di intermezzo dove un narratore mostra come sono suddivise le truppe e in quali aree convergono determinati assalti, eliminando qualsiasi rischio legato a confusione o perdita dell’attenzione.

Tutto ciò funziona perché si riflette su una cura quasi maniacale e ordinata nella spiegazione di poteri e abilità – quasi al pari di un rpg basato su statistiche e skill da livellare – su un’energia ultradimensionale denominata Trion proprio al centro dell’intera storia. Con questo materiale, paragonabile al chakra di Naruto per intenderci, vengono misurati i livelli combattivi di alleati e nemici, sfruttato per utilizzare spade o altre armi a corto raggio, così come fucili di precisione; tutte armi che si riflettono su classi da combattimento specifico che vanno a costituire rami, squadre e gerarchie ben definite all’interno dell’intero Border. Sorprende la capacità dell’anime di spiegare tutto in modo lineare e credibile fin dalle prime puntate, nonostante ci voglia qualche puntata per orientarsi nel quantitativo di personaggi e nomenclature adoperate, ma vi assicuriamo che lo sforzo mentale vale per la qualità di tutta la visione di World Trigger. Ovviamente, le abilità del singolo vengono enfatizzate al momento giusto, magari per la conclusione epica di un qualche scontro, ma è soprattutto sulla strategia e l’analisi di opportunità e rischi, così come di ogni singolo movimento, che si gioca l’altro elemento che contraddistingue la serie. Elemento che dal protagonista, come anticipato, viene sfruttato per sopperire ai limiti combattivi, ma che nei casi dei vari compagni di squadra mette in luce manovre e strategie che in minima parte non possono ricordarci quel barlume che brillava nei nostri occhi solo in una serie come Hunter x Hunter, con i dovuti limiti e le dovute contestualizzazioni. Due parole anche per il comparto tecnico; parliamo di una serie iniziata nel 2013 e che non fa della mole di dettagli il suo cavallo di battaglia. I disegni segnano tratti leggeri per i vari personaggi e compensano un maggior sforzo per le animazioni durante le concatenazioni di attacchi per una certa spettacolarità, mentre nell’ultima stagione (2021) abbiamo un salto qualitativo grafico in linea con gli standard e apprezzabile sotto ogni punto di vista.

In conclusione

World Trigger è una serie poco conosciuta, ma non per questo priva di spessore. Un battle shonen diverso dai classici copia-incolla degli ultimi anni che emerge con un’anima tutta sua nell’arco di tutte e 99 le puntate. Pesca con saggezza da One Piece e Hunter x Hunter, senza dimenticarsi di alcuni momenti più tradizionali e spensierati tra uno scontro e l’altro, ma ha tutte le carte in regola per spiccare e farsi apprezzare dal grande pubblico. Ci vorrà tempo per vedere cosa succederà dopo, ma al momento rimane un’opera – per quanto incompleta – ricca di sorprese che non vediamo l’ora di veder proseguire; il potenziale per un definitivo salto qualitativo non manca di certo.

Perché guardare World Trigger? Ve lo diciamo anche nel nostro speciale!

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