Nei fumetti chi doveva restare morto? (Chiedilo al Giova)-Speciale

Chiediamolo a Caronte

Benvenuti lettori di GameSailors.it ad un nuovo appuntamento con “Chiedilo al Giova”, la rubrica che risponde alle vostre brucianti domande sul mondo del fumetto.
Oggi, rispondiamo alla domanda di Jacopo, che ci chiede: Secondo te, quali personaggi dei fumetti dovevano restare morti?
Mi rendo conto che per i neofiti la cosa possa sembrare strana, ma nei fumetti di supereroi, i morti, tornano sempre. Ma sempre.
E quindi, quali eroi o criminali non sarebbero dovuti tornare?
In breve, tutti.
Articolo finito gente, potete tornare a casa, grazie per tutte le views.

Scherzi a parte, lasciatemi elaborare. Nascendo da un mondo fatto di una morte che non si vedeva, perchè stava al di là dell’oceano, la morte che portava la guerra in Europa, i Supereroi hanno sempre avuto a che fare con la fine della vita. Dopotutto, tutte le storie d’azione che si rispettano hanno un protagonista che sfida situazioni insormontabili, rischiando di lasciarci le penne ad ogni passo.
Siamo esseri umani e nessuno sa bene cosa ci sia dopo la morte, ma sappiamo tutti che preferiremo esistere ancora per un po’, e quindi la morte dona una certa gravitas ad una storia. Un tizio in costume da topo volante sfida un mostro fatto di creta; potrebbe tirare le cuoia da un momento all’altro, ma poi alla fine, ne esce vincitore ridendo in faccia ad un qualcosa che renderebbe gelatina l’uomo più coraggioso. Ci si affeziona al personaggio, e vederlo in pericolo e vincere, non solo ci rende felici, ma aiuta il processo di identificazione col nostro eroe, che riesce quando tutto sembrava impossibile. Ma la morte tocca i supertizi anche in altri modi.
Pensiamo a quante morti costellano la vita dei nostri personaggi favoriti; morti e mancanze che fungono da motivatrici per una vita di eroismo. Alcune predestinate, come quelle dei genitori di Superman (ambo le coppie negli anni 40), quelli di Batman, quelli dell’Uomo Ragno (suo zio compreso) e così via. La vendetta, la rivalsa, la lezione da imparare. Torniamo al discorso sulla gravitas, la morte come stilema narrativo forse troppo vicino a noi, e quindi alleggerito dal suo essere legato a personaggi finti.
E qui mi si potrebbe dire “Ma Giova! La morte di una persona cara fa parte della storia della letteratura di sempre! Pensa ad Enkidu!”, e io vi risponderei che A) penso ad Enkidu, il fedele amico bestiale di Gilgamesh, che muore in battaglia molto più spesso di quanto voi non pensiate e B), avete di sicuro ragione, ma spesso e volentieri, almeno all’interno del mondo dei fumetti, questo tropo è usato con una certa leggerezza.
È sicuramente vero che, anche se si parla di narrativa disegnata piuttosto mainstream, non ci si può permettere troppi voli pindarico-filosofici, o una retorica da romanzo “impegnato”; o meglio, ce la si può permettere ma solo in alcuni casi, e non di certo in storie ben salde nel mondo del reale, ma a volte il concetto di morte nei fumetti ha un significato molto leggero.
Mi spiego meglio.

La morte ha un peso. È una mancanza, è un’assenza. È un qualcosa a cui tutti reagiamo in modi diversi, anche in momenti differenti della nostra vita. Ma non è l’unica fonte di dramma. Spesso e volentieri nel mondo dei fumetti la morte diventa una mossa di scrittura pigra, che vuole creare dello shock nei lettori, mostrandogli il loro beniamino distrutto, pronto poi per rialzarsi dopo un po’ di tempo, più forte di prima.
E se la cosa fosse gestita con intelligenza e raziocinio, andrebbe anche bene. Invece la cosa non gira proprio così.
Barry Allen, è stato un supereroe che per anni ha visto la morte colpirlo in modi diversi. Gli avevano ucciso la prima moglie dopotutto, e il nostro era riuscito non solo a rifarsi una vita, ma anche a trovare una nuova donna che lo amasse. Fino a quando, per salvarla, il nostro non sarà costretto ad uccidere il suo nemico giurato. La cosa, gestita con pazienza, e anni di lavoro, non sarà di certo la storia migliore di Flash, ma riesce bene a dimostrare come la morte possa essere inserita con coerenza all’interno di un mondo fittizio e fuori di melone.
Saltiamo avanti di anni, e scopriamo che il rivale di Flash gli ha ucciso la mamma, dando la colpa dell’omicidio al padre, che morirà così in prigione, creduto colpevole di un crimine fino all’ultimo. Si tratta di un dramma vero, costruito all’interno della storia? No, si tratta, per ammissione dello stesso autore di “quell’iniezione di dramma di cui Flash aveva bisogno”. Onestamente ne aveva bisogno come di un granchio nelle mutande.
Inserire troppa morte, o la morte quando non si può pensare ad un altro modo per stupire il lettore, non è la mossa di scrittura del secolo.

La seconda mossa scarsa però, e qui torniamo alla domanda, è annullarla.
Quando muore un protagonista o anche un comprimario, siamo tutti tristi. Possiamo applaudire il coraggio dell’autore di fare una scelta di quel genere, oppure possiamo maledirlo, ma resta comunque un avvenimento importante, che spesso e volentieri propelle un personaggio in avanti. Non parliamo per un secondo della morte di un personaggio femminile per motivarne uno maschile, perchè succede troppo spesso ed è incredibilmente fastidioso, ma ci si potrebbe spendere un articolo intero.
Ad ogni modo mettiamola così:
Il tuo migliore amico muore. Tu cambi come persona, per mille motivi, e magari migliori. Il tuo amico ritorna in vita, e tu ritorni ad essere quello di prima. Non vince nessuno. Mettere un cappio alla fantasia, è una mossa idiota, ma il fatto di poter annullare la morte, rende quest’ultima un qualcosa di superfluo.
E certo, sono d’accordo che si possa discutere di come questo riportare in vita in morti sia solo uno strumento, e che quindi possa anche utilizzato bene, ma una mancanza di idee capita a tutti; un’idea stupida ancora di più.
Non è colpa di nessuno, una volta che apri la porta, non puoi lamentarti che entrino gli spifferi, ma se vogliamo che la morte nei fumetti sia qualcosa di forte, devono esserlo anche le sue conseguenze.
Perchè se questo viene a mancare, se questo si perde, allora non leggiamo più un fiume d’azione, ma uno stagno di noia.
Per essere un medium vivo, vitale e florido, il medium deve andare avanti, e capire quali siano i tropi da usare e da scartare. Perchè il fatto che i supertizi tornino in vita è un qualcosa di assodato, sicuramente fa parte del genere, ma anche la colpevolezza del maggiordomo è un tropo del giallo, ma mica lo usiamo sempre. E se lo usiamo, lo usiamo in modo creativo, per far ridere, per depistare, o per dare comunque un corpo solido alla storia.
Se nessuno è mai veramente in pericolo, perchè tanto la morte non esiste, allora che senso ha leggere una storia d’azione? Dov’è il pathos? Dov’è il dramma? Quello della morte finta non è dramma, è spazzatura.
È sacrosanto cambiare le storie, è importante fare retcon (su alcune retcon, o su personaggi resuscitati, son state raccontate alcune delle storie più belle di sempre), ma è anche vero che con questo stratagemma del fatto che restano morti solo i personaggi di serie B, il medium fumetto si è trovato una bella stampella, che gli permette non solo di dare un colpo di spugna ad anni di storie, lanciando una moneta nel buio per vedere se la cosa funzionerà o meno, ma anche di restare cristallizzato in un mondo che non gli appartiene più.

Il mondo è pieno di gente che si lamenta se questo o quel personaggio prendono il nome di personaggi vecchi, adducendo scuse del tipo “Eh, ma fate dei personaggi nuovi!”, ma se il vecchio non muore mai, il giovane non avrà mai spazio.
Non c’è un personaggio il cui ritorno dalla morte abbia portato qualcosa di nuovo, il 90% delle storie con protagonisti resuscitati poteva essere risolto in mille modi diversi, senza scomodar zombie di sorta. Eppure no, si sceglie la via della nostalgia, la via del sicuro, la via del facile.
Non sempre, per carità: a volte l’idea di riportare qualcuno in vita può essere vista con astio da molti lettori, su quello non c’è dubbio, ma il fondo di verità resta: in un mondo dove si vola, si sparano i raggi dagli occhi, e dove tutto è possibile, l’idea che anche la morte si possa vincere ha del poetico.
Questo però non significa che la poesia sia l’unico genere di scrittura possibile.
Ci si può “scrivere in un angolo”, trovandosi bloccati su quella trama, o chiedendosi “cosa sarebbe successo se”, ma, nel parere di chi scrive, c’è sempre una soluzione migliore rispetto al “tornare in vita dal mondo dei morti”.
Tranne Spawn ecco, ma lui è uno zombie magico, e quella è tutta un’altra storia

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