Bratpack di Rick Veitch - Recensione

Muori velocemente, con la maschera addosso

di Giovanni Campodonico / martedì 05 ottobre 2021 / Recensione

Nel 1988, la Dc comics aveva messo in piedi una mossa di marketing piuttosto macabra: la vita del secondo Robin, Jason Todd, era appesa ad un filo... di telefono.
Era possibile infatti per i lettori fare una telefonata, e dare un voto su una scelta narrativa piuttosto semplice: Robin, sarebbe sopravvissuto, o sarebbe morto?
Il popolo sceglierà la morte, condannando un adolescente a sparire per un bel po' dalle pagine di Batman, ignorando però che dopo anni sarebbe tornato a calcare le scene diventando persino un personaggio di culto... ma questa, è un'altra storia. O meglio, questa è parte della storia di Bratpack.
Miniserie di 5 numeri  del 1991 autoprodotta, scritta e disegnata da Rick Veitch con lettering di Gary Fields,  la nostra storia parte proprio da un presupposto simile: un giorno, nella fittizia cittadina di Slumburg, il supercriminale Doctor Blasphemy fa una telefonata alla radio locale, e propone alla gente un sondaggio. A Slumburg, sono attivi quattro supereroi con altrettanti assistenti adolescenti (in gergo sidekicks) e questi ultimi non sono proprio amati dal grande pubblico. Il buon dottore fa così una proposta: Volete che li uccida?

I cittadini della piccola città, non capendo la telefonata, o forse capendola troppo bene, danno l'ok al criminale, che così uccide tutti e quattro i sidekicks, spingendo i loro mentori a trovarne di nuovi.
E così lo psicopatico omosessuale Midnight Mink recluta il chierichetto Chippy, la misandrica Moon Mistress la giovane Luna, il drogato King Rad l'ispanico Wild Boy e il fascista e razzista Judge Jury recluta il ricco Kid Vicious.
Nessuno dei sidekicks di questi eroi, è pronto all'esperienza che gli aspetta. E soprattutto, il Doctor Blasphemy non sembra aver ancora finito il suo lavoro.
Da un punto di vista artistico, Rick Veitch ha alle sue spalle una storia particolare: diplomato all'accademia dell'arte di Joe Kubert, e quindi in possesso di un tratto solido e dinamico, perfettamente studiato per funzionare con il fumetto di supereroi, il nostro si è poi lanciato nel fumetto underground in bianco e nero, più sporco e cattivo, il cui obiettivo era molto semplice: mostrare che non esiste un solo modo per fare fumetti, come invece proponeva il mercato USA.
Da questa fusione, nasce un tratto bombastico, morbido, che spazia fra le inquadrature con una rara facilità, dimostrando una regia dinamica ed una composizione irregolare della pagina, unita a dei personaggi con corpi e volti che sono quella giusta misura lontana dall'essere reali, ma abbastanza cartooneschi da risultare inquietanti.

Quando un personaggio di Rick Veitch taglia la faccia ad un altro con una pipetta per il crack rotta, il movimento del braccio dell'aggressore, è lungo, esagerato, enfatizzato. E così è la smorfia di dolore che diventa una maschera di stranezza e follia, del tutto diversa nella sua enfasi da un volto vero.
Ma è proprio questo essere non proprio fotografico che lo rende ancora più vero, ancora più straziante.
La sofferenza nei volti dei personaggi, i sorrisi inquietanti di vigilantes che sono tutto fuorchè amanti della giustizia, ti fanno rivoltare lo stomaco, ma al contempo ti lasciano fermo, come un cervo davanti ai fari, messo di fronte a questi volti tutti diversi, che giureresti di aver già visto, ma chissà perchè non ricordi dove.
Forse perchè quel dove, erano i tuoi incubi.
Il design dei personaggi è molto ispirato, e questa non è cosa da poco. Insomma, pensate a tutte le volte, che avete dovuto vedere un personaggio che era una palese parodia di Batman. Quanta personalità aveva? Quanto diceva "Sì, sono Batman, ma sono anche un'altra cosa?". Ecco, direi poche, pochissime volte.
Si può vedere qualcosa di vari archetipi di eroi dei fumetti nei personaggi di Veitch, con questi costumi, queste maschere semplici, lineari ma che amplificano la personalità di chi ci sta sotto, facendo un lavoro diametralmente opposto a quello che fanno gli occhiali di Superman.
Perchè, sia con gli occhiali, che senza, Superman è un uomo.
Col costume, o senza, forse i personaggi di Bratpack non lo sono più.
Se si leggono fumetti di supereroi da un po', ma diamine, anche solo se si sono visti due film di supereroi e bazzicato un po' su internet, certe critiche, si sono sentite.
I supereroi sono fascisti, I supereroi sono pedofili, i supereroi sono violenti, i supereroi sono una metafora dell'omosessualità repressa e i supereroi sono schiavi del materialismo.
E queste critiche sono interessanti per due motivi piuttosto semplici: da un lato, sono spesso fatte da persone che trovano molto divertente il sentirsi intelligenti, facendo notare agli altri che non dovrebbe piacergli quello che gli piace. E dall'altra, sono anche vere.

Perchè sì, un vigilantismo privato al di sopra della legge è fascista, sì i supereroi sono estremamente commerciali, sì i supertizi sono violenti, e sono anche una metafora del nascondersi da quello che si è in alcuni casi. E d'altro canto, la maggior parte della narrazione occidentale ha dei problemi insiti in se stessa, tutta la metafora dell'eroe solitario, il salvatore che fa le cose al posto degli altri non è proprio una metafora felice, non vorrei citare Brecht perchè lo fanno tutti quelli che hanno letto due libri e pensano di averne letti duecento, ma "Sfortunato il mondo che ha bisogno di eroi". Giusto? Vi giuro che ho letto più di due libri. Anche senza figure.
Il punto è, checchè ci piaccia pensare, un prodotto senza problematiche, semplicemente non esiste. E anzi, più vado avanti nella mia vita di lettore, più trovo cose fastidiose nelle cose che mi piacciono. Perchè le vedo sempre, le vedo spesso, e la ripetizione piano piano, porta alla follia.
E quindi, quando ami molto un medium, quando ami i supereroi, è facile che dopo averli visti per tanto, o vivi di beata ignoranza, o inizi a farti delle domande.
E ci sono delle domande stupide che ci si può fare tipo "Come mai il mutante Agelo vola?" che ci porta a dire che il nostro ha le ossa cave e blablabla mille altre spiegazioni che esistono solo per giustificare il non voler vedere dei problemi veri, visto che l'Angelo ha le ali, e quindi, vola.
E poi, ci sono le domande un po' più interessanti: Batman dice che non uccide. Eppure lascia la gente con le ossa rotte nei vicoli. Credete che qualcuno non muoia dopo questa esperienza?
Ecco, Bratpack è un crogiolo di queste domande, di queste paure. Bratpack ti guarda negli occhi e ti dice: Ehi. Lo vuoi sapere un segreto? Ti voglio far riflettere.
E questa, sarebbe un'analisi superficiale di Bratpack. Perchè, fare delle critiche superficiali, è facile. Facilissimo. Datemi una cosa che vi piace, e ve la trasformerò in qualcosa di orrendo. Perchè, per quanto sia elementare, è sempre molto semplice dire "questa cosa è brutta". E peraltro, dà una soddisfazione così grossa che, io ve lo giuro, se avessi il tempo e la voglia aprirei un blog dove recensisco la roba solo dicendo "è brutto" o "è bello" senza doverci spendere 2mila parole.Ecco, Bratpack non si ferma alla superficie. In un gioco di specchi di rara bravura Bratpack usa questa superficie come fondamenta per tirare su un palazzo in fiamme, nella quale nessuno si salva, una storia che ha due finali (a seconda se si legga la miniserie in albetti oppure in volume), e sono entrambi devastanti.

Bratpack non gioca la carta del fumetto "maturo" solo per shockare il suo lettore. Certo, parliamo di un fumetto underground dei primi anni 90, la sua stessa esistenza era legata allo sputare in faccia al mainstream. Solo che, invece che farlo senza talento, lo fa con una bravura tagliente, cinica e cattiva, che detesto, in cui non credo ne spero di credere mai. Che però funziona. Sempre.
Bratpack è tutto quello che odio in un fumetto, una serie di dinamiche esasperate, trite e ritrite messe lì con quel sorrisetto furbo e sornione di chi crede di aver capito tutto, e ti stuzzica.
Ma in questo caso, è vero. Veitch conosce il fumetto di supereroi, lo distrugge, lo distrugge perchè il fumetto di supereroi, fatto come veniva fatto, secondo lui non andava bene. Doveva evolversi, mutare, e diventare quacosa di diverso, di nuovo.
In Bratpack, non si lascia niente a nessuno. Non si lascia nulla a chi ama il genere, che se lo vede demolire davanti. Non si lascia nulla al cinico, che vede che forse in alcuni casi poteva aver ragione, ma che ci possono ancora essere delle storie diverse fatte coi supereroi. Non lascia nulla a chi sa, che una visione così nera e cupa di un genere, è sbagliata, ma poi si accorge che lo sa anche l'autore. Perchè per quanto possiamo difendere a spada tratta le cose, per quanto possiamo vederci poesia e speranza, una seconda campana, resta un diritto fondamentale. E ora potrei perdermi in altre cento parole sul fatto che la seconda campana dovrebbe essere una campana quantomeno informata, ma credo che lo abbiate capito.
Si potrebbe quasi dire, fra una sfumatura di concetti e l'altra, che Bratpack sia un fumetto di sfumature. Forti, crude, maligne e meschine. Che mostrano che il mondo, e la gente, cambia. Ma il male invece no. Quello, si nasconde sempre negli stessi posti: nei potenti e nei ricchi.
Odio, con tutto il mio cuore le modalità usate da questo fumetto, che trovo banali e sciocche. Ma non posso non dire, che si tratta di un fumetto seminale, e che il punto era proprio quello. Non importa, se lo odi o no. Un po' è vero. E devi farci pace.

Pro

- Una reale disanima del fenomeno dei fumetti di supereroi

- Una lettura impegnata ma scorrevole

- Disegni fra i più particolari del panorama fumettistico made in USA

Contro

- Un po' complessa da capire del tutto, se non si conosce a menadito il suo contesto di pubblicazione

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Scheda

  • Editore / Editoriale Cosmo
  • Autori / Rick Veitch
  • Genere / Comics

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