Death Stranding - Recensione

Atteso, giocato e... apprezzato?

di Andrea Piaggio / venerdì 29 novembre 2019 / Recensione

È buffo quanto l’aspettativa abbia un ruolo importante nei videogiochi come nella vita, fenomeno questo che Hideo Kojima conosce bene. È bastato annunciare al mondo un nuovo progetto slegato dalla saga di Metal Gear Solid, dopo il burrascoso divorzio in casa Konami, per far salire l’hype oltre i livelli di guardia già alcuni anni prima che il gioco uscisse sul mercato. Anzi, vi dirò di più: l’hype venne poi alimentata da video e informazioni così criptiche che, ancor prima di iniziare a giocare il titolo della Kojima Production, e ancor prima di aver capito cosa fosse in realtà, in molti lo avevano già etichettato come un capolavoro. Magari tra questi c’erano anche quelli che avevano gridato allo scandalo quando Snake venne messo da parte in favore di Raiden in Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, ma chissà... Quello che sappiamo per certo però è che le aspettative dietro a Death Stranding erano altissime e ora, a distanza di poche settimane c’è chi lo ha definito il meglio di questa generazione e chi lo ha rivenduto sentendosi preso per i fondelli dal buon Hideo. In questo mare privo di sfumature, proverò a spiegarvi per quali motivi potreste adorarlo e per quali invece potreste e dovreste risparmiare. Un compito da poco insomma…

Uno dei più grandi pregi di Kojima-san è il suo saper raccontare storie e trasmettere emozioni, due elementi che in Death Stranding funzionano davvero bene, specie il secondo. Intanto vediamo di sbrogliare la matassa inerente la trama, incasinata volutamente dal buon Hideo ad ogni trailer rilasciato, ma in realtà piuttosto “semplice”. Un giorno sul nostro pianeta, per motivi sconosciuti, si è abbattuto il cataclisma che dà il nome al gioco, facendo finire la società per come la conosciamo e facendo incontrare il mondo dei vivi con quello dei morti. L’America - continente nel quale si svolge il titolo -  è andata in pezzi e ora esistono piccoli agglomerati che però non sono più in contatto tra loro. In questa terra desolata noi impersoneremo Sam Bridges Porter, interpretato da Norman Reedus, un riemerso che non può morire. Per questa ed altre particolari abilità diventa quindi il prescelto per ricollegare attraverso la rete delle UCA (United Cities of America), potendo anche usufruire della sua esperienza come corriere per portare nei nuovi avamposti i materiali necessari per riavviare le strutture e ridare un futuro all’umanità. Sperando di non aver banalizzato troppo l’impianto narrativo iniziale di Death Stranding, posso affermare tranquillamente due cose: la prima è che la progressione attraverso le missioni è inframmezzata dai filmati che sono un po’ la firma di Kojima, con dialoghi importanti, ma anche con approfondimenti che sembrano appesantire e rallentare artificialmente la prosecuzione della missione. Se avete sopportato video come quello da oltre un’ora alla fine di Metal Gear Solid IV non avrete problemi perché qui non si rischia così tanto, però la narrazione fa il giro largo ad ogni occasione. La seconda cosa che mi sento di affermare è che, comunque vada, alla fine del gioco avrete vissuto un’intensa esperienza che sarà riuscita a sorprendervi.

La narrazione colpisce più o meno efficacemente grazie al livello di regia e all’interessante mondo creato dallo sviluppatore giapponese. Le prime ore, pur molto rilassate (per qualcuno troppo), riescono a coinvolgere e sono la scintilla che potrebbe o meno accendere il fuoco della curiosità per continuare a muoversi in questo universo imperfetto. Andando avanti questa narrazione alterna momenti più riusciti e altri di calma piatta, creando una montagna russa che si scatena davvero nelle ultime ore per poi farsi ricordare anche in futuro. Il problema è che bisogna arrivarci a questo finale. Qui, per quanto mi riguarda, entrano in scena le emozioni che Death Stranding può suscitare. L’emozione che suscita la primissima consegna, con la natura incontaminata attorno, con l’impressione di avere davanti un mondo da esplorare, con la musica che esce dagli altoparlanti al momento giusto per accompagnare il nostro viaggio, sono tutte cose che possono colpirvi più o meno intensamente. Allo stesso modo, la presentazione di personaggi, di situazione e i primi incontri con le CA (Creature arenate) possono creare una connessione importante con Sam, protagonista che, tra l’altro infrange saltuariamente la quarta parete rivolgendosi direttamente al giocatore con occhiolini e con indicazioni sul da farsi mentre sarete insieme a lui nelle stanze di riposo tra una missione e l’altra. Queste connessioni poi si ampliano ulteriormente attraverso il multigiocatore asincrono che ci accompagna dopo le prime missioni. Vedere una scala, un sentiero battuto, così come una struttura creata da altri giocatori prima di noi, ci fa vivere una cooperativa che non intacca il senso di solitudine dato da questo universo narrativo, ma ci fa sentire parte di una comunità che vuole aiutare gli altri, piuttosto che abbaiargli contro. Parlando di emozioni, ognuno avrà la propria davanti alle tante situazioni, rendendo più o meno intensa l’esperienza, però saranno quelle derivanti dal gameplay che potranno portarvi alla fine del viaggio o troncare la connessione con quello che Kojima ha creato.

Parlavamo di aspettative all’inizio: ecco, se pensate di comprare Death Stranding per avere un gioco a la “Metal Gear”, ripensateci immediatamente. Per certi versi la mente correrà a The Phantom Pain, vista l’apparente libertà di movimento, ma le cose da fare e le decisioni da prendere saranno infinitamente minori. Partiamo dalle basi: quello che farete per la stragrande maggioranza del tempo sarà muovervi da una parte all’altra di una mappa teoricamente deserta. Per evitare che il giocatore si addormenti davanti ai percorsi più lunghi, si è pensato di dare a Sam una fisicità che possa riflettere la fatica che sta sostenendo mentre porta avanti e indietro i carichi. Da subito imparerete a farlo andare in giro senza farlo scivolare o sbilanciare sotto al peso che porterà. Con i due grilletti potrete spostare il peso verso una delle due spalle, evitando danni da caduta, oltre che al carico che starete portando. Se poi siete in pendenza teneteli premuti entrambi per centrare il baricentro e muovervi con più sicurezza. Ricordatevi di ispezionare il terreno con il sensore sulla vostra spalla per verificare dislivelli o guadi troppo profondi e poi eventualmente posizionate strumenti come scale e picchetti che però vi sarete dovuti caricare in spalla prima di partire. Occorre quindi un po’ di preparazione extra dopo i primissimi incarichi; alcuni strumenti potrebbero già essere stati lasciati sul vostro percorso, ma solo se questo rimane nei confini di un nodo già connesso in precedenza. Il fascino della scoperta è quindi intatto e la sfida di raggiungere un luogo importante per progredire, rimane inattaccabile.

Scheda

  • Data di uscita / 08/11/2019
  • Sviluppatore / Kojima Productions
  • Produttore / Kojima Productions
  • Doppiaggio / Italiano
  • Sottotitoli / Italiano
  • Giocatori offine / 1
  • Giocatori online / Multigiocatore asincrono

Stealth, Open world, Avventura su PlayStation 4

Pegi 18

Acquista

Social Net

In evidenza

Overwatch su Switch - Recensione

21 ottobre 2019

Overwatch su Switch

Ultimi Commenti