Narita boy - Recensione

Un regno digitale da salvare pixel dopo pixel!

di Marino Puntorieri / mercoledì 14 aprile 2021 / Recensione

Nello sconfinato panorama delle produzioni indipendenti le sorprese non finiscono mai, e se da un lato si rischia di perdere l’effetto sorpresa tipico di una buona idea che deve fare i conti con una concorrenza sempre più agguerrita, dall’altro rimane ancora sorprendente la forza e la caratterizzazione che alcune di queste opere riescono a trasmettere al pubblico con un’immediatezza a tratti sconcertante. Ne è un esempio estremamente positivo il recente Narita Boy, primo progetto del team spagnolo di Studio Koba, coadiuvato da Team 17, che dopo un’ottima campagna Kickstarter lanciata nel 2017 è riuscito finalmente a raggiungere le nostre postazioni di gioco. Aspettare tutto questo tempo ha dato i suoi frutti? Assolutamente sì, e abbiamo raggiunto i titoli di coda con un bagaglio emotivo ben più ricco rispetto a quando lo abbiamo acceso per la prima volta.

 

La storia di Narita Boy è quella di un teenager sempre attaccato ai videogames che vuole ricalcare le orme del padre, considerato un vero guru del settore grazie alla creazione della console Narita One; la piattaforma leader delle vendite grazie all’esclusiva Narita Boy (dal quale prende nome sia il gioco in sé sia il protagonista continuamente menzionato dai vari NPC) e il suo ricchissimo Digital Kingdom. Qualcosa però si è insediato come un parassita nell’architettura e ne sta infettando i codici sorgente; un pericolo sia per il regno digitale sia per il mondo reale, e tocca proprio al giovane ragazzo entrare nell'universo creato dal padre. Il giovane eroe è, ovviamente, l’unica speranza rimasta, con l’obiettivo di far luce sui numerosi misteri che avvolgono lo sfaccettato mondo digitale, magari ripercorrendo i passi fondamentali che hanno costituito il particolare rapporto con il genitore. Parliamo di un vero caso di “gioco nel gioco”, con quell’effetto matriosca a livello narrativo così riuscito e chiaro nello spiegare, tramite numerose linee di dialogo, quello che accade man mano che si procede durante l’avventura.

Fin dai primi minuti si respira a pieni polmoni lo stile videoludico degli anni ’80 con quel sapore retrò di luci e pixel che avvolge il videogiocatore dall’inizio alla fine dell’avventura, attraverso ambientazioni così varie e ricche di dettagli da mantenere sempre alta l’attenzione per tutte le 6 – 7 ore necessarie a raggiungere il finale. Il nostro protagonista è un eroe silenzioso e ciò permette alle varie ambientazioni di avere un maggior respiro durante ogni transazione di scena e raccontarci qualcosa in più su ciò che accade, scelta saggia considerando lo stile da scorrimento bidimensionale utilizzato proprio per dare importanza a ogni sfondo. Il Digital Kingdom si basa sulla forza della Trichoma, un fascio di luci originate da tre macroaree specifiche del codice sorgente da dover liberare per mantenere la stabilità generale di tutta l’architettura. Se sotto questo aspetto non vogliamo minimamente spoilerare le varie situazioni che si andranno a creare, assicurandovi solo sull’incredibile sforzo impiegato per la creazione di un mondo digitale nel quale si riflette in modo minuzioso la terminologia tipicamente utilizzata per la creazione di un vero e proprio videogioco, ci teniamo a menzionare anche la storia che si dipana in parallelo attraverso lo sblocco di alcune memorie del creatore. Si tratta di veri e propri frammenti della memoria del padre del protagonista che riflettono sotto certi aspetti la vita vissuta del fondatore stesso del team di Studio Koba; ci sono le origini a metà tra il mondo occidentale e quello orientale a fare da cornice alle varie avventure, con schemi e una simbologia che si rifà alla tradizione della cultura nipponica incastonata sapientemente nei codici binari più tradizionali, con un risultato d’insieme che sprizza personalità da ogni poro.

Dal punto di vista del mero gameplay, invece, Narita Boy si può catalogare come action adventure bidimensionale, con alcune contaminazioni dal genere metroidvania che valorizzano una componente esplorativa che (non ci dimenticheremo mai di ricordarlo) rappresenta il principale punto di forza dell’intera produzione anche grazie alle già citate ambientazioni. Dopo alcuni minuti entreremo in possesso della Tecnho Sword e attraverso le varie tecniche che apprenderemo durante il nostro percorso ci ritroveremo a crescere come guerriero, andando a irrobustire un combat system di piacevole fattura. Dal semplice pulsante adibito al salto, alla concatenazione di massimo tre fendenti, così come di una comoda schivata, arriveremo ben presto all’utilizzo di tecniche speciali che consumano una specifica barra dell’energia, così come alcuni poteri che richiamano i colori della Trichoma per eliminare più velocemente nemici specifici. Non parliamo di scontri spettacolari dal punto di vista della velocità e della frenesia, considerando un ritmo di gioco leggermente sotto la media del genere di riferimento per enfatizzare uno stile retrò solo all’apparenza derivante dai movimenti legnosi del nostro eroe, ma che si possono considerare ugualmente piacevoli e stratificati.

Il merito va anche ad un ventaglio ben diversificato di nemici che pesca a piena mano dalle avventure fantasy della vecchia scuola per rivisitare la concezione di draghi, cavalieri e creature delle più disparate tipologie. Situazione che si riflette anche in alcune boss-fight ben implementate, anche se con il proseguire dell’avventura i nemici capaci di regalare un buon senso di sfida saranno pochi e questo, soprattutto per i più avvezzi al genere, potrebbe infastidire un po'. Non mancano anche alcune sessioni platform da superare tra classici ostacoli con salti e schivate ben calcolate, così come enigmi ambientali legati al reperimento di alcuni simboli nel giusto ordine per aprire passaggi segreti. Se nel secondo caso tutto funziona alla grande, essendo una meccanica implementata con lo scopo di valorizzare l’esplorazione, le fasi platform incappano in alcune imprecisioni che riflettono una certa legnosità nei movimenti del protagonista, e che nelle situazioni più concitate porta a subire danni eccessivi o addirittura un prematuro game over. Non mancano nemmeno alcune sessioni che sventano sul nascere il rischio di qualsivoglia monotonia come l’utilizzo di strane creature come destrieri o di un floppy disk come tavola da surf, ma oltre alla genialità dell’idea si evidenziano i problemi sopracitati lato platforming, figli di comandi in questa fase non proprio bilanciati e responsivi.

Dal punto di vista tecnico abbiamo già anticipato il nostro entusiasmo per il lavoro fatto soprattutto sotto l’aspetto visivo di Narita Boy. Parliamo di un’esplosione di colori sgargianti, pixel, neon e vaporwave, il tutto supportato da un comparto sonoro ricco di tutti quei componimenti elettronici che rimandano al retrofuturismo che caratterizza l’intera produzione. Ogni ambientazione ha qualcosa da raccontare; un dettaglio infinitesimale nascosto in qualche edificio nel quale soffermarsi più del dovuto può nascondere le vicissitudini di un’intera generazione di codici binari, così come interi panorami mozzafiato possono semplicemente far viaggiare la mente del videogiocatore per istanti che sembrano essere eterni. Sotto questo aspetto ha davvero dell’incredibile la mole di dettagli presente in ogni singola scena, evidenziando nuovamente come il neonato team spagnolo abbia le carte in regola per alzare ancora l’asticella qualitativa nel prossimo futuro.

Narita Boy è un progetto da giocare senza la minima esitazione, e capace di tenere incollato allo schermo il videogiocatore per tutta la durata dell’avventura. Una storia per certi aspetti visionaria e curata nel raccontare un mondo tanto dettagliato quanto rispettoso di un periodo che ha segnato la storia per l’intero panorama di riferimento, e dove la presenza della sola localizzazione in inglese non deve rappresentare una barriera considerando la semplicità dei dialoghi (anche se numerosi). Qualche inciampo lo si trova, come detto, focalizzandosi sull’effettiva difficoltà degli scontri da metà avventura in avanti, così come su fasi platform non proprio brillanti come tutte le restanti meccaniche, ma considerando che è il primo lavoro di Studio Koba non possiamo che essere già ampiamente soddisfatti del risultato finale. Il prezzo al pubblico di nemmeno 25 euro e la disponibilità fin dal day one su Xbox Game Pass lo rendo poi decisamente abbordabile e consigliato anche sotto quell'aspetto.

Pro

- Narrazione silenziosa, ma sorprendentemente coinvolgente

- Visivamente curato e ispirato agli anni '80

- Combattimenti variegati e divertenti...

- Gli enigmi ambientali valorizzano l'esplorazione senza mai risultare frustranti

Contro

- ... ma manca un vero senso di sfida

- Le fasi platform potevano essere più curate

Redazione

8,6

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Scheda

  • Data di uscita / 30/03/2021
  • Sviluppatore / Studio Koba
  • Produttore / Team17
  • Sottotitoli / Inglese
  • Giocatori offine / 1

Action Adventure, Metroidvania, Platform 2D su PC, Nintendo Switch, Xbox One, Xbox Series X/S, PlayStation 4, PlayStation 5

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