The Last Dance - Recensione

... era Dio travestito da Michael Jordan - Larry Bird

di Andrea Piaggio / mercoledì 20 maggio 2020 / Recensione

“Leggende” è una parola importante. Sapere che in passato le gesta di alcuni grandi personaggi viaggiavano attraverso le epoche, grazie alla voce e poi alla scrittura, dona loro una forza davvero dirompente. Nel mondo di oggi in cui ci si perde dietro a notiziucole senza peso, poter conoscere una Leggenda recente è davvero una rarità. Pensare che poi quella Leggenda fosse formata da più individui, addirittura da una squadra sportiva, che combattevano, si urlavano contro, facevano fesserie, ma poi c’erano quando serviva, è una delle cose che rende immortali certe storie. Rende giustizia all’epica che ogni leggenda deve avere per essere tale, fregandosene del tempo. The Last Dance, alla faccia del nome, ci porta sul campo da basket più famoso di sempre, tra quei Bulls e in quella Chicago che è stata resa immortale da un grande allenatore, da una squadra con problemi ma anche tanto cuore e, ovviamente, da un certo Michael Jordan.

L’emittente sportiva ESPN con The Last Dance ha creato un enorme affresco di quella che è stata una delle più famose squadre dell’NBA, attraverso un viaggio che ha al suo centro il campionato dell’anno 1997-1998, ma che si frammenta continuamente tra i suoi protagonisti e attraverso le epoche: dagli esordi nella squadra universitaria del North Carolina del loro infinito leader, fino alla volta in cui quel mattacchione di Dennis Rodman ha chiesto di andare due giorni a Las Vegas, è sparito ed è stato recuperato qualche giorno dopo da Michael Jordan in persona, mentre una signorina (Carmen Electra, mica Gigia la fattucchiera) si rivestiva di corsa nella stanza accanto.
Per chi non lo sapesse l'annata 97-98 sarebbe stato l’ultima dell’allenatore Phil Jackson, e l’ultima in cui Jordan avrebbe giocato nei Chicago Bulls, dopo aver fatto vincere ben cinque altri titoli alla squadra, e dimostrandosi un anno durissimo per tutta una serie di vicissitudini che sarà un piacere scoprire attraverso queste dieci puntate, ora tutte disponibili su Netflix.

Se state pensando che questa sia solo una serie in cui vi raccontano un po’ di aneddoti su una squadra che poi ha vinto, siete fuori strada per un bel 90 percento. Certo, ci sono anche quelle parti, ma il punto è che molto di quello che vedrete non si svolge nel 1998 ma prende elementi da quell’annata per poi portarci a scoprire dinamiche nate anche molti anni prima e poi sfociate anche in questa difficile corsa finale. Come in tutte le leggende non può mancare un cattivo e, anche se verrebbe da pensare alle altre squadre che si frappongono tra i Bulls e il titolo, in realtà il pericolo maggiore che viene percepito è Jerry Krause, General manager che aveva potere decisionale su contratti e atleti da far entrare in squadra, creando spesso malcontento con quel peperino di “His Airness”. Queste situazioni, la scelta di abbandonare il basket per il baseball da parte di Jordan (evento che poi ci ha portato anche il caro vecchio Space Jam), le Olimpiadi del 1992 e momenti molto meno felici, rendono la narrazione scorrevole e degna di essere raccontata come se si trattasse di una classica serie scritta da qualche talentuoso sceneggiatore, in cui però tutti gli avvenimenti sono reali e gli “attori” sono proprio gli atleti coinvolti. Questo avviene grazie ad una storia incredibile di suo e ad ESPN, grazie ad un’operazione di recupero di filmati d‘epoca, dietro le quinte inedite e video ripescati da chissà dove, finora inediti e mai mostrati altrove.

L’ultimo ingrediente per far funzionare a meraviglia questo spaccato storico della più grande NBA, è ovviamente merito delle gesta in campo dei Bulls al completo. Tanti appassionati si chiedono se Jordan avrebbe potuto fare quello che ha fatto se non ci fosse stato Scottie Pippen, l’eterno secondo che però ha accettato (quasi) sempre il suo ruolo e ha creato il duo più famoso al mondo, a parte Batman e Robin. C’è anche un episodio dedicato alla memoria di Kobe Bryant con tanto di intervista postuma riguardo il suo rapporto Jordan, e poi ovviamente c’è lui, MJ, mattatore di un'infinità di situazioni, sia sul campo che fuori. Con la sua voglia ardente di primeggiare in qualsiasi circostanza, il gioco d’azzardo lo ha portato ad essere bersaglio dei giornalisti che non sapevano più cosa scrivere delle sue giocate al limite dell’umano. Per fortuna il suo carattere forte e l’innata abilità a leggere il gioco e a far fare alla palla quello che vuole lui, lo hanno reso l’icona del basket che è ancora oggi, con la sua falcata ampia e veloce, la lingua di fuori che scatta quando non ce n’è più per nessuno e quel fisico slanciato che salta per aria, muove le mani e fa un canestro che nessuno si sarebbe aspettato, oltre che sognato. Inoltre, l’altra grande forza di The Last Dance è quella di mostrarci l’infinita forza di volontà dimostrata da Jordan e dai Bulls che si sono trovati ad essere spronati in ogni occasione dal loro leader. Il 23 voleva vincere e l’idea che un compagno di squadra non desse il massimo e potesse diventare un ostacolo alla vittoria lo spingeva a spronarlo senza sosta, arrivando anche a gridargli contro, forse dimenticando che solo lui era l’alieno che era. Se ne può discutere all’infinito sulla correttezza di questo approccio, però il fatto i Bulls abbiano vinto sei campionati in fila (interrotti solo dagli anni in cui Jordan si era ritirato dalla pallacanestro) gli hanno dato ragione.

The Last Dance è una docu-serie tra le più belle che abbia mai visto. Non importa se vivete solo di calcio, non importa se all’epoca in cui trasmettevano le finali in differita su TeleMontecarlo2 non avete assistito e non importa se conoscete Michael Jordan solo per le Air Jordan e il loro logo. Non importa nemmeno se avete o no un briciolo di interesse per il basket perché se vi piace lo sport, il gesto atletico, la passione e il talento puro, dimenticherete di stare guardando un match con spilungoni che tirano la palla dentro ad un canestro, e vi godrete un pezzo di storia dello sport mai così appassionante. Attualmente sono disponibili unicamente i sottotitoli in italiano a causa del lockdown a cui siamo stati tutti soggetti, ma dovrebbe arrivare presto anche il doppiaggio in italiano. Già così, con le voci dei veri protagonisti The Last Dance è incredibile. Ah, un ultima nota per Phil Jackson: la prossima volta che ti chiedono di fare un intervista, non metterti quella camicia a quadri perché tutti siamo rimasti intontiti dal mix di quadrettini e sottotitoli bianchi che comparivano su di essi. Vestiti più informale, tanto sei tra amici.

Pro

- Una storia tanto reale quanto incredibile

- Emozionante e stimolante

- Azioni mai più riviste sul campo

- Un team affiatato...

Contro

- ... che forse si vede un po' troppo poco in alcune puntate

- La camicia di Phil Jackson

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Scheda

  • Produttore / ESPN
  • Doppiaggio / Inglese
  • Sottotitoli / Italiano
  • Attori / Michael Jordan, Scottie Pippen, Phil Jackson, Dennis Rodman
  • Genere / Documentario
  • Durata / 10 episodi da 50 min. circa

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