The Promised Neverland - Speciale

Il fallimento della razza umana?

di Salvatore Cardone / mercoledì 18 marzo 2020 / Speciale

C’è qualcosa di incredibilmente solenne nella storia narrata da The Promised Neverland, manga di culto di Kaiu Shirai, divenuto nel giro di qualche anno uno dei punti cardine dell’industria del settore. Il racconto, cruento e violento al di là di ogni visione estetica, in cui il colpo d’occhio iniziale viene fuorviato da una pigmentazione viva e da colori forti e armoniosi, trascina il lettore verso lidi inesplorati, che spaziano senza soluzione di continuità all’interno di tematiche toste e inaspettate. Proprio questa visione macabra di un mondo in pieno declino, in cui la civiltà umana non è altro che un puntino quasi insignificante di un progetto ben più grande e stratificato, è l’emblema di un prodotto diverso dalla massa, il tratto distintivo di qualcosa di nuovo, che in qualche modo si prende gioco dei dogmi abbracciando un universo tematico inedito e ricco di ispirazioni potenzialmente sconfinate. Quello che più colpisce, in un periodo difficile come quello attuale, è la concezione che il mangaka porta in scena della razza umana, una convinzione tremendamente negativa e portata all’estremo, certo, ma che in qualche modo sembra voler essere un attacco alla società stessa, sempre più menefreghista e focalizzata sul singolo. In The Promised Neverland gli umani non sono esattamente quelli che sembrano, e proprio la loro concezione è l’oggetto principale del nostro approfondimento.

Le vicende narrate in The Promised Neverland si svolgono in un mondo distopico, difficile da collocare in termini cronologici, in cui le tracce della tecnologia appaiono soltanto come uno sbiadito ricordo, un segnale forte per una“involuzione” di massa, che in qualche modo ha colpito la razza umana. Gli umani sono praticamente estinti, e i pochi sopravvissuti non sono più i “padroni” del pianeta, ma solo cibo, costretti a scappare e nascondersi da quelli che nel mondo imbastito dal mangaka nipponico sono i veri predatori alpha: i demoni. L’arcaico e sepolcrale mondo in cui si svolgono le storie dei giovani protagonisti è infatti un luogo inospitale nella sua meravigliosa veste quasi incontaminata e immacolata, un mondo in cui misteriose creature demoniache di diversa forma, dimensione e soprattutto intelletto, vivono una sorta di caccia continua nei confronti dei più deboli esseri umani. I demoni più evoluti, però, hanno smesso di cacciare in modo animalesco e brutale, coniando delle vere e proprie catene alimentari, allevando nel modo migliore il “bestiame” per preserverne elementi quali il gusto e la qualità. La nuova razza dominante ha creato delle vere e proprie “Fattorie”, in cui quelli che sono gli sfortunati protagonisti della storia, ossia i bambini, crescono (fino ad una certa età) con unico scopo: diventare il cibo perfetto delle terribili creature sovrumane. Già dalle primissime battute l’opera dimostra una brutalità inaudita, in cui, senza pietà, lascia trasparire come i demoni pongono fine all’esistenza di una piccola bambina di non più di sei anni, scena che in realtà darà il là a tutti gli eventi della serie. Il nodo allo stomaco attanaglia lo spettatore ulteriormente col passare del tempo, in cui la verità su ciò che accade nel mondo diventa sempre più chiara e limpida. I demoni, infatti, non hanno conquistato il mondo con la forza, né agiscono da soli: i loro scempi ai danni dell’umanità, o comunque di ciò che ne resta, sono in realtà il frutto di un passato tanto oscuro quanto incredibile in cui anche gli umani hanno svolto un ruolo cardine.

Gli stessi esseri umani, tramite un accordo antico ed egoistico compiuto in tempi antichi e non perfettamente precisati, hanno di fatto barattato la propria libertà, il proprio io, accettando di assoggettarsi, o meglio di assoggettare i più deboli, alla mercé di un nemico inesorabile, di uno spietato predatore, che non conosce alcun freno e che, anzi, trova nella caccia all’uomo la sublimazione del proprio essere. Va detto che, però, questo accordo è di fatto stato preso da una ben determinata famiglia, una famiglia potente che in tal modo si è assicurata il benestare delle suddette creature diventando così carnefici della loro stessa razza. Questa scelta, dettata da un forte sentimento di terrore nei confronti di una nuova specie alpha, quasi impossibile da arginare, si mischia però a quella che è una parte dell’indole umana che nessuno vuole ammettere di avere ma che, in realtà, si annida con un’insospettabile arguzia dentro l’animo di ognuno di noi: l’egoismo.

Checché se ne dica, l’essere umano è tutto sommato una creatura egoista, spesso egocentrica, il cui istinto di sopravvivenza, spesso, influisce in modo forte sulle azioni e sui pensieri. Tale peculiarità, all’interno dell’opera di Kaiu Shirari, viene chiaramente portata all’estremo, spiazzando lo spettatore con scene di rara crudeltà vissute però dai protagonisti con una nonchalance innaturale, che non fa altro che assottigliare ancora di più il confine tra una natura umana sempre più allineata a quella diabolica delle creature che popolano il mondo. Basti pensare all’esempio forse più lampante per farsi un’idea più precisa di quanto affermato, ossia quello relativo alle persone scelte per la cura delle “Fattorie”, i luoghi in cui gli esseri umani, per la precisione bambini, vengono allevati per poi diventare il pasto prediletto delle fameliche creature. Ci riferiamo alle “Mamme”, delle donne cresciute a loro volta all’interno delle fattorie e ritenute, per diverse caratteristiche, in grado di gestire il delicato e inumano ruolo. Il compito delle “Mamme”, come dice il nome stesso, è quello appunto di aiutare nello sviluppo del corpo e soprattutto dell’intelletto i bambini, crescendoli ufficialmente con amore e tanta dedizione, proprio come farebbe un genitore, per poi barattarli con fama, potere e immunità. Ma non soltanto: per ovvie motivazioni, la maggior parte degli umani rimasti ha di fatto gettato via quella maschera di perbenismo forzato, quasi innaturale, mostrando un istinto di preservazione che sfocia rapidamente in una spietatezza che lascia basiti, interdetti. Demoni e umani, o almeno di una parte di essi, sono dunque protagonisti di una storia di terrore, in cui la stessa civiltà non è altro che un ricordo sempre più sbiadito, a cui risulta difficile anche soltanto aggrapparsi attraverso quei piccoli frammenti di un passato ormai lontano sparsi per il mondo.

Il modo in cui gli umani, in particolare gli “adulti”, vengono dipinti è oscuro, terrificante, e mette a nudo tutti i difetti di esseri da sempre considerati imperfetti, corruttibili e soprattutto arrivisti. L’essere umano di The Promised Neverland, dunque, sembra essere destinato ad un futuro che fondamentalmente offre soltanto due strade: essere divorati dai mostri o diventare uno di loro, dal lato puramente emotivo. Procedendo con la lettura è facile immaginare tutto questo ecosistema come una metafora del mondo contemporaneo: le persone non riescono a pensare che a sé stesse, ignorando sempre più il bene comune per perseguire con sempre maggiore convinzione i propri scopi, non curanti del volere o del benessere generale. La sensazione di trovarsi ancora una volta all’interno di una gigantesca metafora della vita reale è appoggiata dalla visione dei bambini, dei veri e propri martiri innocenti e protagonisti involontari di un mondo spietato in cui loro stessi rappresentano l’unico barlume di speranza per una società ormai sempre più regressa ad uno stadio quasi primordiale. The Promised Neverland segue appunto le vicende di alcuni coraggiosi bambini, scappati con grande piglio strategico da una delle “Fattorie”, la cui missione è quella di raggiungere, appunto, una “Terra promessa”, una parte di mondo in cui non c’è traccia delle atrocità dei demoni e soprattutto degli umani a loro unitisi. Questa ricerca continua della pace, di una sorta di un luogo incontaminato, puro, dove sentirsi al sicuro, è ancora una volta una metafora della vita reale, una visione diversa di un concetto tanto antico e radicato quanto sconosciuto e privo di reale fondamento. In questo mondo di atrocità e di paura, c’è però spazio anche per l’amore, che nonostante tutto riesce a manifestarsi in alcuni frangenti, portando così un timido raggio di luce in un luogo incredibilmente luminoso da vedere ma oscuro e spettrale nel proprio animo. Che siano umani, ma anche in alcuni casi demoni, c’è sempre chi è pronto a sperare, a guardare avanti con fiducia, nonostante ogni cosa sembri spingere con forza verso un futuro buio e privo di luce.

The Promised Neverland è dunque, che sia voluto o meno, una sorta di spaccato della società attuale, una società spaventata, impreparata e in alcuni casi troppo piena di sé per riuscire ad apprezzare ciò che ha intorno, lasciandosi trasportare con eccessiva facilità dalle proprie emozioni, siano esse buone o cattive. La storia narrata all’interno dell’opera di Shirai-sensei è spaventosa, asfissiante, e mette a nudo tutte le debolezze dell’uomo, capace di ogni cosa pur di preservare i propri interessi a discapito del prossimo. Paradossalmente, i veri mostri, ossia i demoni, passano così in secondo piano, e il loro terribile e inesorabile ruolo di carnefici e dominatori del mondo diventa marginale proprio perché, in fin dei conti, quelli che spaventano di più sono gli stessi uomini, pronti a tutto, anche a sacrificare la propria specie e in particolare bambini innocenti pur di perseguire i propri scopi. E noi lo amiamo per questo, perché ci ricorda quanto sia difficile vivere e soprattutto sopravvivere, quanto sia triste rimanere soli e non avere speranza, e ci lascia dunque apprezzare di più le cose belle della vita che, in fin dei conti, potrebbero non essere così scontate e “dovute”, a scapito di ciò che può sembrare.

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